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Tra le balle propagandistiche del globalismo, il funerale di Filippo è una boccata d’aria

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Quali sono i temi salienti che avremmo potuto commentare nelle scorse settimane?

Il vitalizio restituito dal senato (da ora in poi con la minuscola) a Formigoni? Gli elogi del “New York Times” a Draghi, ripresi con finto orgoglio nazionalistico in Italia come se non provenissero dall’organo dei poteri forti che hanno silurato Conte appunto per far gestire a uno di loro i miliardi della ripresa? Il divano di Erdogan, ennesima scusa per impicciarsi dei fatti e dei costumi di un altro paese e di promuovere l’omogeneizzazione globalista? Le stragi negli Stati Uniti, ormai quotidiane e dunque ignorate dalla stampa perché, ci spiegano, non fanno più notizia? Mentre bucano lo schermo, a quanto pare, i viaggi in Arabia Saudita di Renzi, che qualunque cosa dica i servili pennivendoli a suo tempo da lui beneficiati (o minacciati) la amplificano. Fare come loro?

di Francesco Erspamer
Su tanti altri eventi sono stato tentato di intervenire: per esempio sull’improvvisa competenza di massa su vaccini virali e vaccini a RNA messaggero, derivata dai titoli dei quotidiani o dei telegiornali (e dai soli titoli) e sfoggiata soprattutto da coloro che un anno fa, sulla stessa base, garantivano che il Covid era come l’influenza. O sulla votazione con cui in Alabama i precari a cottimo di Amazon hanno rifiutato la sindacalizzazione, una sconfitta epocale per la sinistra come, quarant’anni fa, il licenziamento in tronco di dodicimila controllori di volo in sciopero da parte di Reagan e, poco prima, a Torino, la marcia dei quarantamila arrivisti della Fiat.

O magari sui dati relativi alle altre epidemie che,

nel disinteresse generale, stanno significativamente accorciando l’aspettativa di vita negli Stati Uniti, quella di oppioidi (90mila morti di overdose in un anno) e l’obesità (circa 300mila morti), tutte e due chiare conseguenze del disgregamento sociale e del culto della felicità istantanea e irresponsabile (peraltro proclamata come diritto inalienabile nella dichiarazione d’indipendenza americana, documento fondativo del primo paese costituzionalmente capitalista).
The Truth Is Essential | The New York Times
La verità è fondamentale – la autopromozione del NYT

Non ho scritto nulla per un mese perché mi sono accorto che si trattava solo di gossip,

visto che chiacchierarne è l’unica cosa che ci è permesso di fare, per via della correttezza politica che impone (ma solo alla sinistra) di perdonare e porgere l’altra guancia (altrimenti si diventa come loro) e soprattutto per via della mancanza di un’ideologia di riferimento su cui fondare un progetto alternativo.

Basta vedere il desolante spettacolo offerto dal più generoso e vitale partito italiano, il M5S, che gli artigli li tira fuori solo per difendere la sua antipolitica, espressa sia dalla feticizzazione della cosiddetta democrazia diretta (leggi: mediatica) che dall’autolesionistico limite di due mandati per i propri rappresentanti (gli altri facciano quello che vogliono): una confusione fra mezzi e fini, fra tattiche e strategie, che sarebbe farsesca se non contribuisse alla tragica deriva del paese verso una deregulation integrale — economica, morale e culturale.

Il dignitoso, elegante, tradizionale funerale del duca di Edimburgo non è stato, invece, gossip

(a meno che uno non ascoltasse, prima e dopo la cerimonia, i commenti dei conduttori milionari di CNN e immagino degli altri canali). A me ha fatto capire molte cose. Vedere la regina entrare nel suo sontuoso castello in una Rolls Royce non ha suscitato la mia indignazione, esattamente come non me la provoca il papa quando si affaccia dai palazzi Vaticani.
Annie Leibovitz captures loving couple, Queen Elizabeth and Prince Philip

Perché entrambi, Elisabetta e Francesco, vivono il loro ruolo con un alto o comunque sufficiente senso del dovere

e degli obblighi che i loro privilegi comportano. Davvero non mi piacerebbe essere al loro posto e rinunciare, per esempio, a scrivere quello che mi pare su Facebook; ma lo farei e pertanto rispetto chi a sua volta sappia subordinare il proprio io e le proprie personali pulsioni al senso dello Stato e della collettività.

Altro che i tweet autoreferenziali alla Trump o quelli in odore di mojito alla Salvini; altro che le celebrity venerate da decine milioni di italiani, i Cristiano Ronaldo e i Valentino Rossi, le Belen e i Fedez. Palloni gonfiati dal proprio narcisismo e dalla stupidità di coloro che li seguono e ascoltano non perché rendano un servizio pubblico ma perché badano ai propri interessi privati e al proprio piacere immediato, esattamente come i loro ammiratori vorrebbero fare.

Comparing and contrasting the political theories of Aristotle with those of Nicolo' Machiavelli. | by Marlon Tabone | Medium
Machiavelli

Aveva ragione il grande Machiavelli

(a rendermi più cauto nei confronti del M5S avrebbe dovuto bastare il fatto che per la loro piattaforma avessero scelto il nome di un antimachiavelliano e per di più straniero), che sto rileggendo e studiando in questo periodo, in preparazione di un lavoro e di un corso ma anche come antidoto al conformismo oggi imperante: il potere è apparenza e l’unico modo per comprenderlo ed eventualmente contrastarlo è riconoscerlo come tale: pura forma.

Altrimenti, a credere nella “trasparenza” (infatti un mito inventato negli anni Ottanta da liberisti e radicali per favorire la mediocrazia), si scambia per contenuto quella che in effetti è un’altra, più subdola, apparenza. Il potere, in altre parole, deve essere giudicato esclusivamente dai suoi fini, ossia dai risultati che si propone di ottenere e che riesce a ottenere. Il resto sono balle propagandistiche oppure sono semplici mezzi.

C’è qualcun altro che rifiuta il destino manifesto (proclamato infatti dall’amerikano Anderson Cooper nella sua telecronaca del funerale) di una deriva verso la società da bere, egoista e edonista, che Wall Street e Silicon Valley (e le loro succursali, tipo la Lega, Italia Viva, gli ampi settori libertari del Pd e tutta l’industria dell’informazione e dello spettacolo) stanno imponendo, una società consumista e multiculturalista, ossia con un’unica indistinta cultura programmata da loro (sua obsolescenza inclusa)? Ci sono ancora persone di buona volontà che non abbiano paura di essere accusate di essere nostalgiche o passatiste o luddiste per la loro resistenza alla dissoluzione dei valori, delle tradizioni, del senso di appartenenza e di disciplina?

Sarebbe ora che si facessero sentire, che la smettessero di sentirsi sconfitte dalla Storia e imparassero a lottare per farla, la Storia.
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