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Italia: nella fine dell’Unione Europea sta il suo principio

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La Commissione Europea ha dato, attraverso un tweet, il suo supporto per l’Italia per la diffusione del Coronavirus. Un augurio vuoto, rispetto all’austerità imposta negli anni al Bel Paese.

Autore: Gilberto Trombetta

Quando il carnefice si prende gioco delle sue vittime forse è ora di fermare la giostra. Costi quello che costi. Con ogni mezzo possibile. Sono con noi, ci dicono gli strozzini unionisti. Già, forse è proprio perché stanno con noi che ci sta succedendo tutto questo.

Perché come ricorda il giornalista economico Thomas Fazi, i mafiosi-liberali, tra il 2011 e il 2018, hanno formulato 63 raccomandazioni ai Governi dei Paesi membri affinché riducessero la spesa per l’assistenza sanitaria e/o esternalizzassero o privatizzassero i servizi sanitari.

Cosa che i Quisling nostrani, cioè i Governi che si sono succeduti dal 1992 in poi, hanno fatto con la solerzia che solo i servi possono avere.

E infatti abbiamo tagliato il numero di ospedali (da 1.165 a 1.000, -14,6%), il numero di medici e infermieri (42.000 professionisti in meno tra il 2010 e il 2018, il 6,2% in meno di media con picchi in alcune Regioni del -16,3%), il numero di posti letto (quasi 100.000 in meno, 1 su 3, tra il il 2000 e il 2017, da 4,7 per 1000 abitanti a 3,2, il 31,9% in meno).

Abbiamo quasi triplicato il numero di poveri, assoluti (circa 5 milioni) e relativi (circa 9 milioni). Abbiamo aumentato il numero di disoccupati e inattivi (6 milioni di italiani). Abbiamo aumentato il numero di part time involontari (4,3 milioni di lavoratori sfruttati).

Abbiamo aumentato il numero di suicidi per la crisi economica, cioè per l’austerità che ci ha chiesto la UE e la nostra classe politica, la peggiore mai avuta, ha accettato: quasi 1000 solo tra il 2012 e il 2018. E più di 700 tentati, per fortuna non riusciti.

Oggi i nostri medici sono costretti a decidere chi curare e chi lasciare morire. Non per motivi strettamente clinici, ma perché non abbiamo più posti letto a sufficienza.

Mentre tagliavano lo stato sociale, i salari, i nostri diritti e, soprattutto, il futuro delle nuove generazioni, non contenti, pagavano anche il pizzo ai nostri carcerieri: 150,22 miliardi di euro solo tra il 2000 e il 2018.

Abbastanza per avere tutti gli ospedali (almeno 500 in più da 450 posti letto l’uno), tutto il personale sanitario (10.000 medici e 50.000 infermieri in più) e tutti i posti letto di cui avremmo bisogno (oltre 200.000 in più) .

Abbastanza per nazionalizzare tutto quello che avremmo bisogno di nazionalizzare (da Autostrade all’ILVA passando per Alitalia). Abbastanza per produrre noi, il nostro Stato, le mascherine che ci servirebbero o i respiratori per le terapie intensive e sub intensive.

E non essere costretti a leggere che per approfittare della crisi, qualcuno ha aumentato i prezzi delle mascherine del 6000%. Seimila per cento!

«Sono sicuro che l’euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile, ma un bel giorno ci sarà una crisi e si creeranno i nuovi strumenti». Ci diceva anni fa, sornione, Romano Prodi (quello della svendita dell’IRI).

Ecco, le crisi non sono un’occasione solo per i nostri aguzzini decennali. Una crisi è un’occasione anche per noi. Un’occasione per riprendere in mano il nostro destino attraverso la politica.

La pandemia di covid-19 può essere per loro, per i nostri carcerieri, un’occasione per stringerci ancora di più il cappio al collo (riforma del MES) e impoverirci definitivamente. Ma può essere un’occasione, deve esserlo, anche per noi. Per dire basta. Per rialzare la testa.

Per stringerci, finalmente uniti come il popolo che siamo (che dobbiamo essere), per dire loro “Adesso basta”. L’Italia fuori dalla prigione unionista può rinascere. Anzi, solo fuori dalla prigione unionista può farlo.

Perché la crisi economica, non solo sanitaria, che sta per abbattersi su di noi farà sembrare quella del 2008 una passeggiata all’aria aperta.

Perché solo uno Stato che si è riappropriato di tutti i propri strumenti, in primis della propria sovranità politica, può affrontare come si deve quello che sta per succedere. Quello che sta già accadendo.

Solo uno Stato sovrano può per esempio decidere di tenere tutti a casa, prendendosi cura dei propri cittadini. Dei lavoratori, regolari e atipici, degli imprenditori e dei commercianti. Come l’Islanda, che garantirà il salario di tutti coloro costretti a fermarsi per la pandemia.

Solo lo Stato, immettendo decine di miliardi di risorse nell’economia reale, lui che può crearle dal nulla, può salvarci dall’ennesima impennata di morti di austerità. Solo lo Stato – quello sovrano – può puntare alla piena occupazione, aumentare i salari e puntare a combattere sul serio povertà e disuguaglianza.

Solo un’Italia tornata sovrana può costruire un uovo IRI e ridurre l’osceno gap che separa da tanti, troppi anni, il Nord e il Sud del Paese.

Dentro, invece, ci aspetta il futuro della Grecia. Oggi però. Non domani.

Quindi o rialziamo la testa, come popolo, senza distinzioni, e reclamiamo quello che è nostro, riappropriandoci della lotta di classe, oppure soccomberemo. Tutti. Individualmente.

Ognuno attento a curare quello che resta del proprio orticello mentre la casa comune, l’Italia, viene data alle fiamme e depredata selvaggiamente. Ci aspetta una lunga guerra di liberazione.

Revisione ed impostazione grafica: Lorenzo Franzoni

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Di Lorenzo Franzoni

Lorenzo Franzoni
Nato nel 1994 a Castiglione delle Stiviere, mantovano di origine e trentino di adozione, si è laureato dapprima in Filosofia e poi in Scienze Storiche all'Università degli Studi di Trento. Nella sua tesi ha trattato dei rapporti italo-libici e delle azioni internazionali di Gheddafi durante il primo decennio al potere del Rais di Sirte, visti e narrati dai quotidiani italiani. La passione per il giornalismo si è fortificata in questo contesto: ha un'inclinazione per le tematiche di politica interna ed estera, per le questioni culturali in generale e per la macroeconomia. Oltre che con Elzeviro.eu, collabora con il progetto editoriale Oltre la Linea dal 2018 e con InsideOver - progetto de il Giornale - dal 2019.

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