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PD e Berlusconi uniti contro Foa

Seppur spinte da differenti motivazioni, le due principali forze neoliberiste uniscono nuovamente le forze contro la nomina del Presidente della Rai.

La strada si fa in salita e la notte potrebbe essere fonda e senza la garanzia di una risveglio. Un risveglio presidenziale, si intende. Le sirene che arrivano dalla trattativa tra il Governo e Forza Italia, suggeriscono che Marcello Foa, in data odierna, rischi di presiedere per la prima ed ultima volta il Consiglio di Amministrazione della Rai.

Domani infatti, se la Commissione parlamentare di vigilanza non dovesse esprimere una preferenza favorevole pari ai 2/3 dei presenti, l’ex (e a questo punto, forse anche futuro) direttore del Corriere del Ticino potrebbe essere già defenestrato, dopo appena una settimana di diffamazioni, calunnie ed angherie verbali di ogni sorta. Una settimana della quale però, dovrebbe andare tutto sommato fiero, dopo aver riscontrato come frotte di personaggi politicamente ormai al trapasso, si siano accanite su di lui solo per potersi illudere di essere ancora vive. Per potersi illudere di contare ancora qualcosa.

Il primo personaggio appartenente a queste schiere dell’oltretomba è Silvio Berlusconi,

che da gran faccendiere quale è sempre stato, è saltato fuori dal sarcofago nel quale, dal voto del 4 Marzo in avanti, stava venendo lentamente mummificato, settimana dopo settimana. Il leader di Forza Italia, che come tutti i grandi burattinai prospera nel caos ed opera secondo il principio del dividi et impera, ha approfittato del clima di incertezza e di polemiche generato dalla nomina di Foa, per ribadire -a chi sperava in una sua spontanea marginalizzazione- che la soffitta non fa ancora per lui: e lo ha fatto avanzando una prepotenza da bullo fine a sé stessa. Related imageParafrasando le reazioni sopraggiunte dagli ambienti di Palazzo Grazioli infatti, sembra che a disturbare non sia tanto il nome di Foa, quanto l’imposizione a giochi già fatti. Dopo aver sguazzato per anni nella decadenza etica e stilistica della politica, ed averla talvolta anche ostentata quale motivo di vanto, Forza Italia riscopre la prevalenza della forma sulla sostanza; oltre a frenare naturalmente, i tempi di una decisione di grande importanza con un capriccio privo di costrutto o motivazione politica. Un capriccio che sa solo di infantile rappresaglia dei confronti di quell’ala del centrodestra, ormai maggioritaria, che lo ha accantonato dopo le elezioni.

L’élite

Tuttavia, a dividere la società in una contrapposizione manichea tra lo schieramento pro Foa ed anti Foa, quasi come se si trattasse di patrizi e plebei, di guelfi e ghibellini o di antifascisti e fascisti (quando questi ultimi esistevano ancora), è stato quel fronte dell’opposizione che si è sentito realmente minacciato da questa nomina e che, di conseguenza, ha dimostrato quanto mai sia necessario un rinnovamento in seno non solo al servizio pubblico, ma a tutto il mondo dell’informazione. Il riferimento va non solo alla sinistra parlamentare, ma a tutti i personaggi e gli interessi di cui essa è tutrice. Quell’élite industriale e finanziaria di stampo neoliberista e filo atlantista, che proprio  grazie al controllo dell’editoria e delle televisioni, sta tentando con disperazione di frenare quel processo di rinnovamento, inequivocabilmente rivendicato dalla volontà popolare a livello globale.

Il modus operandi

è molto semplice. Se agli elettori cominciano a risultare indigeste politiche che favoriscono la contrazione dei salari ed il precariato, che incentivano privatizzazioni e delocalizzazioni (e quindi logica disoccupazione nel paese dal quale l’impresa si trasferisce), che obbligano l’Italia ad una gestione della crisi migratoria controproducente per la suddetta crisi occupazionale, che obbediscono a pressioni esterne nelle relazioni internazionali e nell’irrogazione di sanzioni svantaggiose per la nostra imprenditoria, i media rispondono che tutto ciò è necessario.

Se il PD cala nei consensi,

a fronte di un’avanzata implacabile dei suoi principali detrattori politici, i toni sono da cerimonia funebre, la democrazia è in pericolo, il Ku Klux Klan è alle porte e le redazioni, così come tg e salotti televisivi, diventano torri d’avorio ultraesclusive nelle quali i depositari delle idee bocciate in sede elettorale, trovano conforto, si leccano le ferite e si autocompiacciono della superiorità delle proprie convinzioni.

Tutto questo avviene con una arbitraria selezione delle fonti, con una sistematica emarginazione dei personaggi dissidenti e con una delegittimazione –spesso priva di reale contraddittorio- delle teorie di questi ultimi. In totale spregio ai valori di quella professione che, ai suoi primordi, era fondata sul pluralismo.

Di Maio

(alla stregua degli alunni che riescono a risolvere un compito di algebra, per pura fortuna e nonostante un procedimento errato) qualche giorno fa, sbagliando nel contenuto, ha espresso un concetto corretto: ha parlato di rivoluzione culturale. Lui si riferiva al metodo di selezione utilizzato, enfatizzando una liberazione dai parassiti di parte, ed è superfluo soffermarsi sul fatto che le nomine di questo esecutivo non facciano altro che seguire le stesse logiche che hanno portato i predecessori a scegliere i precedenti vertici della Rai: le affinità ideologiche e di pensiero.

Di rivoluzione culturale invece, si può parlare con riferimento al tentativo di smantellare quella visione monodirezionale e parapropagandistica che si è ormai incrostata negli interstizi dell’informazione pubblica. Problemi che Marcello Foa con i suoi saggi “Gli stregoni della notizia” e con la sua approfondita ricerca sul fenomeno degli spin doctors, conosce molto bene.

Problemi che si sono manifestati in maniera eclatante –e per certi versi esilarante- con una macchina del fango ed un processo alle idee e alle intenzioni (vere o presunte) del nuovo Presidente della Rai.

I giornali,

principali vettori del pensiero unico, si sono affrettati a tracciare un identikit intellettuale con fare denigratorio: sovranista, filo russo e no euro. Tutte opinioni che in una società tollerante e culturalmente aperta al confronto, dovrebbero avere pari dignità, oltre a passare in secondo piano -se non essere del tutto offuscate- rispetto ad un discorso sulle competenze del singolo. Non si vede perché un filo russo e no euro dovrebbe essere, in linea di principio, meno competente rispetto ad un collega con posizioni agli antipodi. Nessuno d’altra parte, si fece problemi di fronte al nome di Riotta per la direzione del TG1. Un personaggio europeista e russofobo, che ha dimostrato pubblicamente di non conoscere gli articoli più elementari della Costituzione e che ha passato i Mondiali a coprirsi di ridicolo, con cinguettii anti Putin, sbugiardati a tempo di record.

Un Foa certamente non fa primavera,

ma si tratta di un professionista di scuola montanelliana, esperto, competente e seppur politicamente orientato –come chiunque possegga una coscienza critica- privo di quel livore fazioso, tipico degli oppositori che lo hanno messo al centro di un vero e proprio fuoco incrociato: i presupposti per una rivoluzione culturale e per una parziale purificazione dell’informazione, potrebbero dunque sussistere.

Il che non significa che assisteremo (se la commissione parlamentare lo consentirà) a delle purghe salviniane fondate sull’antieuropeismo e sulla devozione a Putin, ma più banalmente ad un’informazione che non assomigli più ad un pedissequo ufficio stampa della direzione PD. Oppure a professionisti della notizia che non utilizzino il tubo catodico per santificare a reti unificate Sergio Marchionne. O altri attori della scena pubblica che, in virtù del loro operato, andrebbero presentati con delle sfumature, quanto meno, contraddittorie.

Filippo Klement

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