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“I dipendenti pubblici sono dei sabotatori”: anche Rampini si accoda al mantra neoliberista

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Dall’inizio della quarantena imposta dal governo italiano per mitigare gli effetti del coronavirus, buona parte dell’intellighenzia italiana si è ancora una volta scagliata con ferocia classista contro la figura del dipendente pubblico.

di Gabriele Tebaldi

Tale figura, insieme a quella del piccolo evasore, ha infatti assunto negli anni i contorni del principio scatenante di tutti i mali che hanno colpito l’Italia. E cosi per la maggior parte di giornalisti ed osservatori di vario genere il dipendente pubblico sarebbe colui che ha sfruttato la quarantena per farsi delle ferie pagate stando a casa a ” fare nulla”. Da Sabino Cassese a Carlo Cottarelli, si è quindi proceduto ad un’opera di incitamento all’odio verso l’impiegato delle poste e l’impiegato dell’anagrafe di turno, etichettati a tutti gli effetti come parassiti.

A questo coro trasversale di odiatori del “pubblico” si è unito anche Federico Rampini che ha lanciato la sua personale invettiva contro i rappresentanti di questa categoria:

Purtroppo questa è la vergogna italiana in assoluto. Guardate, aveva piena ragione Cottarelli a dire che il presidente dell’Inps se ne dovrebbe andare. Però non basta, non se ne deve andare solo lui. Bisogna cominciare a fare pulizia in un mondo che è un mondo di sabotatori della rinascita italiana.

Andiamo a guardare che cosa è stato il crollo della produttività già bassissima di tanti statali, di tanti pubblici dipendenti che si sono fatti il lockdown a casa col cosiddetto ‘smart working’. La traduzione letterale di ‘smart working’ sarebbe lavoro intelligente, questi già non facevano un lavoro intelligente. Hanno lavorato ancora meno, ancora peggio. Tanti di loro si sono fatti delle vere e proprie ferie a casa.

Rampini è una vera e propria furia

Stupisce che un giornalista del suo calibro si faccia invero ammaliare da un discorso cosi qualunquista, senza uno straccio di dato su cui far valere la propria posizione, e che ha alimentato negli anni la narrativa neoliberista. Quella secondo cui il privato è il luogo dell’efficienza, mentre il pubblico è quello degli sprechi. Insomma la base ideologica che ha portato alla svendita del patrimonio pubblico italiano: dalle autostrade alla sanità.

In questa narrativa c’è una costante ben visibile nel discorso di Rampini: l’assoluta inesistenza di dati su cui basare la propria tesi. Non ci sono riferimenti fattuali su questo presunto crollo della produttività della pubblica amministrazione, sbandierato da Rampini.

Anzi, a leggere i dati in maniera onesta occorrerebbe segnalare che l’Italia ha un numero di dipendenti pubblici pro capite di gran lunga inferiore ai suoi partner europei (siamo dietro a Germania, Spagna e Francia).

Cosi come non ci sono prove di un utilizzo scriteriato dello “smart working”.

E su questo aspetto occorre fare un’ulteriore doverosa precisazione di fondo. L’utilizzo di quello che andrebbe tradotto come “lavoro agile” (e non “intelligente” come sostiene Rampini) non è un privilegio che si sono auto conferiti i dipendenti statali per stare a casa in panciolle, ma è una viva raccomandazione legislativa emanata dal Governo in carica per contenere gli effetti della pandemia.

Se si è quindi contrari al principio di “lavoro agile” bisognerebbe indirizzare le proprie critiche all’esecutivo, non già al dipendente dell’agenzia dell’entrate che alcun potere ha sul procedimento legislativo italiano.

Lascia davvero basiti il decadimento

ad un discussione ascrivibile ad una chiacchiera da bar da parte di un giornalista che nel tempo si è dimostrato essere più volte non solo puntuale, ma anche fieramente controcorrente. Eppure il canto delle sirene neoliberiste sembra in grado di ammaliare chiunque.

D’altronde la soluzione appare facile: licenziamo in massa i fancazzisti del settore pubblico e con i soldi risparmiati dagli stipendi ricostruiamo l’Italia.

Peccato che fino ad oggi quest’odio verso il settore pubblico abbia portato solo ed esclusivamente verso due direzioni:

  1. Il taglio indiscriminato nel settore sanitario nazionale (e già perché medici e infermieri sono dipendenti pubblici anche loro), con le disastrose conseguenze sotto gli occhi di tutti durante l’esplosione della pandemia.
  2. Il taglio indiscriminato nel settore dell’istruzione, con conseguente privatizzazione di servizi connessi, come quello delle pulizie e delle mense, e blocco totale delle assunzioni.

Tutto questo sommato alla già citata pratica di svendita del patrimonio pubblico, sacrificato sul credo dogmatico dell’efficienza del privato. Dogma che ha portato, tra le altre cose, al crollo di un ponte e al decesso di una quarantina di persone.

La beffa è che le parole di Rampini

sono arrivate nelle stesse ore in cui Fca annunciava l’abbandono delle commesse alla catena di imprese italiane che hanno rifornito l’azienda automobilistica negli ultimi anni. Una perdita di indotto che grida vendetta a fronte delle garanzie statali finora fornite, e ancora non ritirate, a Fca per fronteggiare una crisi che ha colpito i suoi lavoratori, ma non certo il suo fatturato.

Rampini e compagni vorrebbero quindi davvero farci credere che la priorità italiana sia quella di rifarsi sullo stipendio del dipendente delle poste piuttosto che riprendersi quanto insensatamente concesso a Fca negli anni?

In tutto il discorso fatto dalla firma di Repubblica c’è tuttavia un punto su cui non gli si può non dare ragione, ovvero quando dice che “bisogna cominciare a fare pulizia in un mondo che è un mondo di sabotatori della rinascita italiana”.

Infatti, tra i primi sabotatori della rinascita italiana c’è una schiera di giornalisti divenuti semplici menestrelli del neoliberismo.

 

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