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Il trasformismo grillino

Il candidato premier del M5s Luigi di Maio con Alessandro di Battista nella sede del comitato elettorale del M5s in una foto tratta dal profilo facebook di Di Battista.

Nelle ultime settimane di consultazioni è emerso un partito disorientato ed insolitamente flessibile: il prevedibile risultato di un approccio politico dilettantistico.

Di Maio in visita negli States

Erano contro l’imperialismo e sono andati a Washington per cercare l’endorsement americano in piena campagna elettorale. Rifiutavano categoricamente l’UE e la sua politica monetaria, eppure, ad elezioni appena terminate, hanno dipinto la permanenza nell’Euro come una priorità assolutamente inderogabile. Presentavano risoluzioni parlamentari nelle quali consideravano “esaurite le motivazioni dell’adesione italiana alla NATO”, ma all’indomani della vile aggressione militare in Siria, la fedeltà verso gli storici alleati dell’asse atlantista si è tramutata in un caposaldo programmatico. Erano detrattori dell’immigrazione indisciplinata nei giorni dispari e ne diventavano sostenitori in quelli pari. Imputavano al PD di essere un partito di criminali corrotti ed un cancro politico inconciliabile con la loro visione riformista, ma negli ultimi giorni, pur di agguantare la poltrona, non si sono dimostrati ostili ad un’ipotetica alleanza.

Volendo redigere un primo bilancio, si può affermare che i grillini abbiano compiuto un’impresa titanica: in appena due mesi di campagna elettorale e di consultazioni, sono riusciti a dimostrarsi più inaffidabili rispetto a Renzi e soci in 5 anni di governo. Un governo ampiamente delegittimato dal recente risultato delle urne e rimasto indigesto alla maggior parte dei consociati.

Consultazioni all’insegna dell’incertezza

Governiamo da soli, in qualità di partito più rappresentativo”, “Apriamo ad un dialogo con la Lega, ma senza Berlusconi”, “Mai con il PD”, “Parliamo con il PD, ma senza Renzi”, “Sì ad un’intesa con il PD nella sua interezza”. Un trasformismo ed una flessibilità insolita per un partito ontologicamente antisistema, ma che, dopo un’attenta razionalizzazione, non possono lasciare così disorientati. L’atteggiamento volto alla ricerca del compromesso pro bono pacis, la progressiva attrazione verso la stanza dei bottoni e l’utilizzo di una retorica cerchiobottista degna della prima DC, non devono stupire, malgrado provengano dalla stessa entità che aveva promesso di rivoltare l’apparato istituzionale come un calzino e che si era contraddistinto, sin dalla sua genesi, per una certa ferocia comunicativa.

Difetti congeniti

Non si tratta del prodotto di una qualche forma di schizofrenia acuta. Molto più banalmente, sono effetti collaterali di alcuni difetti congeniti dei pentastellati, i quali, come era ampiamente pronosticabile, stanno emergendo con grande evidenza al primo contatto con il potere. Sono inconvenienti normali quando non si possiede un retroterra culturale ed ideologico comune, quando manca un manifesto politico, quando non si conoscono personaggi o simboli storici di riferimento e quando latitano gli intellettuali che dovrebbero veicolarne il pensiero.

Sono inconvenienti normali quando si pretende di governare un paese da 60 milioni di abitanti, pur essendo privi di una spina dorsale solida, che vada a cementare tutte quelle esperienze personali e politiche frastagliate che contraddistinguono il MoVimento 5 stelle. In assenza di quei collanti tradizionali, di cui ogni sorta di partito necessita, non può che aprirsi la strada tortuosa e sdrucciolevole dell’improvvisazione. Una strada che rischia di esporre i grillini ed il loro dilettantismo politico ad una rapidissima perdita di credibilità.

Se il buongiorno si vede dal mattino, si prospetta un’eclissi perpetua.

Filippo Klement

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