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La scure BCE sul mercato immobiliare e l’economia italiani

di Simone Bollarino

Do you remember “subprime”?

Related imagecqua passata, ci siamo quasi affogati. Più altri che noi, a dire il vero, ringraziando (pensa un po’) lo stile antico e lento delle nostre banche, che all’epoca non si avventuravano troppo in strane speculazioni aeree.

In sintesi: in fase di mercato vivace, veniva finanziato l’acquisto di immobili anche a clienti non limpidamente affidabili (ovvero al di sotto dell’optimum, “prime”, da cui il nome “sub-prime”). Tanto, la garanzia era costituita dall’immobile, che continuando ad apprezzarsi, offriva altro spazio di indebitamento (l’auto, gli elettrodomestici, gli studi, i viaggi).
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Tutta questa montagna di crediti nella pancia delle banche generò la prima grande bolla finanziaria in modalità frattale: una quantità di cartolarizzazione (titoli di credito e derivati) basata, a monte, sempre sulle stesse mura, ma sempre più lontane.
Poi avvenne il patatrac: la bolla esplose, le case perdettero valore – e parecchio – e i crediti su esse basate si trovarono il vuoto sotto i piedi: la carta che (ancora) circola nel mondo ha un valore impresso, la garanzia fisica invece non ce l’ha più. Questi crediti inesigibili e relativi derivati sono quindi definiti “titoli tossici” con un valore su un lato e dall’altro, la garanzia di un credito nei confronti di un immobile non vale più quei soldi.

Ma torniamo a casa nostra:

da noi siamo più rustici e la situazione consente anche di capire che le bolle a volte esplodono senza far rumore.
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Crediti in sofferenza divisi per regione (IMF, 2018).

Ancora abbastanza legati più all’economia che alla finanza, il nostro problema si chiama NPL (non performing loans, crediti in sofferenza), ovvero mutui in parte o per nulla assolti per vari motivi (disoccupazione, fallimenti, ecc.) in quantità che in periodo di crisi supera la quota fisiologica. Così le banche hanno in bilancio una porzione di numeri che costituiscono il patrimonio ma non corrispondono ad un effettivo valore fisico, tipicamente immobili destinati al degrado se non rimessi immediatamente sul mercato.

L’operazione però è complessa: innanzitutto perché

1) le banche non sono attrezzate per affrontare il mercato immobiliare;
2) il prezzo dell’immobile sarà quello di riscatto del mutuo, ma il mercato difficilmente accetta roba usata al prezzo del nuovo, figuriamoci se obsoleta o trascurata da tempo;
3) finché l’immobile è in piedi il bilancio è a posto, quindi meglio l’accanimento terapeutico per salvare il valore nominale dell’immobile che lo sbattimento a farlo rendere, figuriamoci a demolirlo.

Nel breve periodo siamo a posto, nel lungo – come diceva Keynes – “saremo tutti morti”. Risultato finale è nei bilanci un po’ tossici, e la pletora di capannoni vuoti, per lo più spettrali testimonianze delle legge Tremonti che ne aveva concesso la proliferazione.

Poi arriva la BCE che impone alle banche italiane di smaltire questa quota di crediti in sofferenza,

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offrendo (com’è buona, lei) società specializzate di “svuotatori di cantine” che per un tozzo di pane si caricheranno il fardello dei rottami. Poi se in mezzo troveranno qualcosa di utile, bene. Gli altri cascami semplicemente si mischieranno (cartolarizzazione, o forse sarebbe meglio dire “coriandolarizzazione”) in qualche fondo come un pesce marcio nella zuppa. La zuppa va giù lo stesso, il mercato assorbe e al massimo regalerà quanche gorgoglio intestinale di nessun conto, come il risparmiatore che vi aveva investito e si sente dire dal promotore

Mi dispiace ma sul quel comparto non siamo andati tanto bene, ma guardi che belle queste blue chips.

Tutto bene, madama la marchesa? Le banche si sono sgravate del problema, con perdita certificata dalla BCE, deus vult.
E i capannoni sono sempre lì. È la finanza, baby.

 

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