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Quel “collare” nato con il Covid

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Il lettore Marco Lupezza, avendomi sentito dichiarare a RadioRadio che mi sarei fatto vaccinare, me ne ha chiesto gentilmente conto visto quel che ho sempre scritto e pensato sul Covid.

di Massimo Fini

Gli ho risposto: “La ragione è molto semplice: non vorrei che le Autorità, ormai abituate a calpestare ogni diritto costituzionalmente garantito, violassero anche quello dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e quindi facessero una discriminazione fra vaccinati e non vaccinati impedendo a questi ultimi ogni possibilità di movimento”. Detto fatto.

Adesso per circolare ci vuole un “certificato verde”. Nella confusione generale non si capisce se valga anche per chi ha fatto solo la prima dose del vaccino e quale Entità sia abilitata a fornirlo. Il vaccino quindi l’ho fatto.

L’hub scelto era la “Fabbrica del Vapore”, un luogo che in pre Covid era destinato a grandi eventi e quindi particolarmente adatto per il necessario distanziamento sociale. Il percorso vaccinale è stato veloce (me la sono cavata in un’ora), efficiente, e con una certa attenzione da parte degli addetti alle comprensibili e umane ansie degli anziani vaccinandi, anche quelli che erano adibiti allo spostamento delle persone, quindi la manovalanza più bassa.

Effetti collaterali non ne ho avuti, per ora

Però sarebbe azzardato dire che sto meglio di prima del vaccino. Mi sento molto più fiacco, stanco e debole. Ed è ovvio, in fondo mi sono autoinoculato una modica quantità di Covid, quindi una malattia che non avevo, per evitarmene gli effetti più gravi. Cosa che già di per sé mi pare poco ragionevole perché nella mia fascia d’età, 70-79, i morti per Covid sono lo 0,45%.

E adesso ci sono da aspettare i fatidici 14 giorni entro i quali si manifesta, in modo letale, il trombo amico, anche se l’indicazione dei 14 giorni è del tutto vaga perché a causa della velocità con la quale sono stati preparati i vaccini non possiamo sapere se l’evento si possa presentare fra cinque o sei mesi in conseguenza del vaccino oppure, in modo del tutto naturale, perché, data l’età, è venuta la tua ora.

La mia posizione quindi non cambia. Resto convinto che la reazione al Covid19 sia stata sproporzionata e che gli “effetti collaterali” dei lockdown siano più nocivi, per la salute, dello stesso virus.

In tutta questa storia colpisce come le Autorità

di quasi tutti i paesi democratici abbiano calpestato diritti costituzionalmente garantiti, dalla libertà di movimento a quella dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza che ci sia stata una qualche reazione dell’opinione pubblica.

C’è anche stato un che di sadico piacere, soprattutto da parte di alcuni governatori, come il campano De Luca, nel darci ordini ancora più stringenti di quelli che venivano dalle Autorità nazionali. Mansueti come buoi ci siamo fatti mettere al collo quello che il lettore Lupezza chiama “un collare”. Tutto ciò senza che gli adoratori quasi mistici della Costituzione abbiano emesso un vagito. Si dirà che questa riduzione in schiavitù della cittadinanza è avvenuta in modo legale. Può essere.

Del resto chiunque abbia studiato giurisprudenza sa che nella Costituzione c’è tutto e il suo contrario e che ci sono sempre i modi per aggirarla. Dice per esempio l’articolo 32 della Costituzione: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario”, ma aggiunge subito dopo “se non per disposizione di legge”. Ed ecco che l’articolo 32 va a farsi fottere. L’articolo 3 è famoso perché sancisce solennemente l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, ma poi si impone di fatto il “collare vaccinale” e anche l’articolo 3 va a farsi fottere.

Insomma non c’è stato alcun segno di ribellione

Questa passività è dovuta in prima battuta alla perdita di vitalità e istintualità dell’uomo occidentale. Io mi rallegro, lo confesso, quando sento di qualche delitto di gelosia. Vuol dire che un po’ di vita e di sangue ci sono ancora. Le nuove usanze vogliono invece che se tu torni a casa e trovi tua moglie a letto con l’amante gli presenti il biglietto da visita. Siamo grandi difensori della dignità della donna, ma ci sono stati tanti episodi in cui una ragazza veniva stuprata quasi nel centro di una città e tutti voltavano la testa da un’altra parte. Insomma non siamo più abituati a mettere a repentaglio la pelle, la nostra preziosa, schifosa, pelle.

E questo ci porta al secondo argomento. Si tratta della non accettazione della morte nel mondo contemporaneo. Morire è proibito, vietato e quasi osceno, come se non fosse la sola cosa certa della vita. In passato non era così. Nel Medioevo, nei “secoli bui”, vediamo che il rapporto dell’uomo preindustriale con la morte è completamente diverso dal nostro, direi quasi opposto.

L’accettava. Noi l’abbiamo invece scomunicata. Interdetta. Proibita. Dichiarata pornografica (…) Tanto che non azzardiamo nominarla nemmeno nei luoghi, nelle sedi, nelle occasioni in cui non ci si può esimere dal parlarne, basta leggere i necrologi dei quotidiani: ‘la scomparsa’, ‘la perdita’, ‘la dipartita’, ‘si è spento’, ‘ci ha lasciato’, ‘è mancato all’affetto dei suoi cari’, ‘i parenti piangono’ e così via, la parola morte ad indicare ciò che veramente è successo non c’è mai (La Ragione aveva Torto?).

Come nota Philippe Ariès

autore di Storia della morte in Occidente: “È la prima volta che una società onora in modo generale i suoi morti rifiutando loro lo stato di morti”. Ma tutti questi interdetti, divieti, scomuniche della morte, tutti questi silenzi, significano in realtà una cosa sola: una paura della morte quale nessuna epoca del passato aveva conosciuto in eguale misura.

A differenza che nel passato, la morte è oggi vissuta come un fatto solo individuale e quindi irrevocabile e definitivo. Staccato ormai dai cicli della natura e delle stagioni, circondato da un mondo di oggetti inerti, che non si autoriproducono, ma caso mai vengono sostituiti, cui si sente sinistramente omologo, inserito in modo anonimo in una comunità troppo vasta, sfuggente e sostanzialmente estranea per conservarvi il senso di un destino collettivo, indebolito nel sentimento della continuità della famiglia ormai ridotta nelle dimensioni e nel significato, depauperato, per il progressivo allontanarsi dalla sua natura animale, della coscienza della specie, l’uomo tecnologico sente la propria morte come una tragedia individuale, esclusiva, totale e quindi più paurosa che mai.

Oggi c’è una pandemia di panico. E con la paura della morte addosso, sottile ma continua proprio nella misura in cui l’indecenza viene in tutti i modi negata e respinta, si vive male.

E adesso, cari lettori del Fatto, andate a farvi angosciare da Draghi, che non a caso è stato soprannominato Don Abbondio, dal comitato tecnico scientifico, dal miles gloriosus Figliuolo reduce da mille battaglie mai combattute e dai media che in questo terrorismo irragionevole hanno avuto un ruolo devastante.

 

* L’articolo è stato rettificato in data 21/8 non condividendo noi come testata gli appellativi rivolti all’Assessore Davide Caparini

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