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Vaccinazioni a rilento ed assenza di un piano B: i danni dell’improvvisazione

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Tra gli innumerevoli pasticci creati in questa campagna vaccinale, alcuni erano facilmente rimediabili, e solo l’usuale pappetta mentale di idee improvvisate in cui si muovono le nostre autorità sanitarie sta riuscendo a massimizzare i danni.

di Andrea Zhok

Il primo dato da cui si deve partire per un’analisi sobria è che se punti tutto sulla campagna vaccinale devi assicurarti di avere la materia prima, cioè i vaccini. Se hai ragione di credere – come in effetti sapevano tutti – che avrai difficoltà di approvvigionamento, ti devi dar da fare in parallelo su altri piani. E tuttavia, al momento i dati di fondo sono che:

1) Nonostante si sappia da tempo che la tempestività dell’intervento sia cruciale per il Covid, niente è migliorato ad un anno di distanza con riferimento alla medicina territoriale.

2) Nonostante esistano oramai interventi di cura piuttosto efficaci, se il paziente è preso per tempo (ancorché costosi e non facilmente accessibili), comunque anche in questa direzione non è stato fatto nulla (e il rapporto tra ricoveri in terapia intensiva e decessi in Italia è drammaticamente esplicito: rispetto a paesi europei come Francia e Germania in Italia si esce morti dalla terapia intensiva con molta maggiore frequenza).

3) La regionalizzazione della sanità ha dato il suo sigillo alla confusione totale. Gente che lavora in una regione e risiede in un’altra non sa quasi mai a chi rivolgersi; mille centri organizzativi scoordinati e politicamente condizionati dai cambi di maggioranza locali hanno mostrato una pletora di esempi di confusione e arbitrio.

Ad un anno di distanza non è migliorato quasi nulla, e questo si vede distintamente nel fatto che in questa seconda (e terza) ondata l’Italia ha presentato un quadro altrettanto confuso e critico di un anno fa, con numeri comparativamente più gravi di altri paesi duramente colpiti nel marzo scorso.

Dunque, come dicevamo, si è puntato tutto sul vaccino, pur sapendo che, anche grazie alle pessime politiche europee, l’approvvigionamento non sarebbe stato adeguato. Che sia stato un madornale errore è chiaro, ma una volta dato per acquisita l’attuale situazione, c’erano comunque i margini per usare al meglio le risorse disponibili. Cosa che però ci si è ben guardati dal fare.

Per una malattia che fa il 98,5% delle sue vittime nella popolazione over 65 e/o con patologie pregresse, sbambare ad alzo zero di “immunità di gregge” e vaccinazione a tappeto è semplicemente un’imperdonabile sciocchezza.

Posto che vaccinare medici e infermieri a diretto contatto con potenziali malati era sensato, successivamente mettersi a vaccinare a casaccio altri gruppi come militari, forze dell’ordine, insegnanti, ecc. è una strategia semplicemente cretina. La grande maggioranza di queste persone non rientra affatto in categorie a rischio e non finirebbero comunque ad occupare letti d’ospedale.

Al contrario, puntando a vaccinare sistematicamente le persone per età decrescente e, tra gli under 60, quelle con almeno due patologie, si può abbattere quasi totalmente l’impatto più gravoso del virus già con soli 18 milioni di vaccinati circa (su 60 milioni).

Al ritmo attuale, considerando che ci sono già 2 milioni e mezzo di vaccinati con 2 dosi, e 2 milioni e 800mila con una dose, anche ai modesti ritmi di vaccinazione attuale (200.000 al giorno) avremmo vaccinato tutta la popolazione sensibile con 2 dosi in 141 giorni, dunque in meno di 5 mesi (per metà agosto). [18 milioni x 2 dosi, meno 7 milioni e 700mila già somministrate, diviso 200.000 vaccinazioni giornaliere]

Vista la natura stagionale del virus, che recederà comunque con la bella stagione, potremmo essere in una condizione di quasi normalità già tra meno di tre mesi. Questo se non disperdiamo le vaccinazioni in mille rivoli con vari gruppi di minore urgenza, e procediamo invece rigorosamente per età e patologie pregresse.

Se invece continueremo a correre dietro all’iniziativa estemporanea del giorno, potremmo riuscire nello straordinario risultato di trovarci nell’autunno prossimo ancora con un allarme ospedaliero alle porte (cosa che, dev’essere chiaro, non sarebbe più sostenibile per nessuno).
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