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Draghi come la Merkel? Non scherziamo!

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L’uscita di scena di Angela Merkel, il leader politico che ha guidato la scena tedesca per 16 anni, è stata raccontata dai media mainstream con i soliti artifizi retorici da libro cuore, stravolgendo i dati concreti che emergono in maniera nitida.

Innanzitutto gli elogi nei confronti della stessa cancelliera andrebbero ridimensionati, anche alla luce dell’ultima tornata elettorale. La CDU, l’Unione Cristiano democratica tedesca, entra nell’era post Merkel con le ossa decisamente rotte. La Cancelliera alle elezioni del 2005 raccolse un partito in grado ottenere il 35% delle preferenze.

Oggi, dopo sedici anni di monopolio, Angela Merkel lascia la guida della CDU con un partito che è riuscito a raccogliere a malapena il 24% dei voti, arrivando così alle spalle dei socialdemocratici della SPD. Lentamente, ma con costanza, Angela Merkel ha fatto così evaporare il 10% delle preferenze, andati a confluire nel partito sovranista AFD, ormai consolidato al 10% dei voti, nonché nel partito liberale democratico, FDP, che ha superato quota 11%.

Invece che sperticarsi in elogi di un leader straniero

la stampa mainstream avrebbe fatto meglio quindi a concentrarsi sui motivi che hanno portato a questo lento declino. Angela Merkel sembra infatti non essere riuscita a rispondere alla crisi che ha colpito tutti i partiti tradizionali d’Europa.

Crisi che sembra essere dovuta all’incapacità di adattarsi ad un mondo multipolare e rispondere alle sacche di diseguaglianza sempre più marcate create dal modello di sviluppo occidentale, che sta colpendo anche la Germania.

Le ripetute accuse contro la Russia, senza prove fattuali, hanno inutilmente alimentato distanza e tensioni con Mosca. D’altra parte una politica più accomodante e distensiva avrebbe potuto portare benefici soprattutto in termini economici, con la risoluzione del gasdotto Nord Stream 2.

La crescita esponenziale dell’AFD testimonia poi come l’approccio alla migrazione troppo aperturista non sia piaciuto alla classe della piccola e media borghesia tedesca, quella che più ha patito gli effetti della globalizzazione. Così come l’affetto per l’euro e la permanenza nell’Unione europea non sembrano essere valori così scontati per una parte della Germania.

L’aspetto però più sconcertante emerso dai media

è l’accostamento tra Angela Merkel e Mario Draghi. “Dopo Merkel, toccherà a Draghi guidare l’Europa”, titola il giornale ultra liberista (con soldi pubblici) Il Foglio. “Dopo la Merkel, la leadership europea tocca all’Italia di Draghi”, ha detto persino il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Al netto di questi accostamenti da giornaletto gossipparo, ci sarebbe una differenza netta, evidente ed immediata tra i due che dovrebbe stroncare sul nascere qualsiasi tipo di confronto. Angela Merkel è un leader politico, Mario Draghi non lo è mai stato né difficilmente lo sarà.

Angela Merkel ha fondato la sua leadership con i voti e il consenso dei cittadini tedeschi e ha pagato per gli errori fatti, con l’uscita di scena e il declino del suo partito. Tutto questo armamentario imprescindibile per ambire al ruolo di capo politico, Mario Draghi non ce l’ha.

Draghi è un burocrate, un ex impiegato di una banca d’affari, la Goldman Sachs, accusata e condannata più volte per manipolazione del mercato. La carriera di Draghi è poi costellata di nomine dall’alto, mai di elezioni.

Prima come burocrate diretto del Ministero del Tesoro. Poi a capo della Banca d’Italia, poi della BCE e infine nominato Presidente del Consiglio in Italia. Quell’immagine di “leader forte e determinato” è tutta apparenza, perché la forza di un politico dovrebbe venire dalla responsabilità nei confronti degli elettori.

Un patto sociale imprescindibile che è alla base di qualsiasi moderna democrazia: se il politico fa gli interessi degli elettori viene votato, altrimenti se ne va a casa. Per Draghi questa seconda strada non esiste, perché Draghi non ha mai dovuto rispondere ad alcun elettore.

Altrimenti sarebbe stato quantomeno difficile vedere occupare lo scranno di Primo Ministro da colui che si dilettò in prima persona nella svendita del patrimonio pubblico italiano.

Svendita annunciata in pompa magna sul panfilo Britannia, mica in un comizio elettorale, e poi puntualmente realizzata. Tra i gruppi svenduti da Draghi ai privati si ricorda con una certa amarezza quello di Autostrade, sappiamo poi com’è andata a finire.

Angela Merkel, che oggi viene paragonata a Draghi

non si è mai sognata di portare avanti un’agenda di privatizzazioni così efferata, cosciente di dover rispondere ad un elettorato. In Germania vive con ottima fortuna la KFW, una potentissima banca pubblica in grado di stimolare l’economia, eludendo tra l’altro i parametri europei.

Ah già l’Europa. Mentre la Merkel ha fatto sempre gli interessi della Germania in Europa, e mai si è sognata di fare il contrario, gli interessi dell’Europa in Germania, Draghi invece è l’espressione della tecnocrazia di Bruxelles.

L’Europa ci ha chiesto lo spacchettamento di Alitalia? Pronti via Draghi ha creato Ita, una compagnia di secondo ordine, con una flotta e degli scali miseri. Nel frattempo si appresta ad applicare con solerzia le numerose condizionalità richieste da Bruxelles per l’erogazione dei fondi del Recovery Fund. Tra queste c’è l’immancabile ripristino dei paletti fiscali sul debito e la trasformazione dell’Italia in un Paese importatore. Insomma con Draghi l’Italia si appresta ad entrare ufficialmente nella periferia d’Europa.

Quindi non cadete nel trappolone del mainstream. Angela Merkel ha reso la Germania il Paese più sviluppato d’Europa, in un continente in declino, mettendoci la faccia e alla fine perdendo. Draghi è stato un ottimo impiegato per Goldman Sachs, ma la sua entrata in scena in Italia negli anni ‘90 è precisamente coincisa con il declino economico, sociale e culturale del Paese. Forse aveva ragione Cossiga quando parlava di “vile affarista”.

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