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Ritratto di Bersani: l’uomo del declino della sinistra italiana

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Faccio davvero fatica a capire il fanatismo bersaniano. Per carità ammetto di averlo sostenuto in diverse occasioni, anche con una certa fiducia, prima che precipitasse politicamente in una forma confusa e autodistruttiva di liberalismo che lo ha portato a prendere decisioni non dico contro la tradizione di sinistra, ma addirittura contro il buon senso e in qualche caso persino contro la decenza.

di Paolo Desogus

E non mi riferisco solo all’infausta scelta di votare sì al referendum, portando il suo seguito – per la verità sempre più ristretto, ma agguerrito – nei mari della miope demagogia antipolitica, da cui uno come lui, con li suo profilo, dovrebbe essere lontano chilometri.

Mi riferisco a tutta una serie di scelte scellerate, prive di ratio, anzi stupide, a partire dal sostengo assoluto e incondizionato al governo Monti: perché? Che senso aveva sostenere uno che faceva macelleria sociale? Che senso aveva proporlo presidente della Repubblica? La risposta non c’è, perché Bersani è un uomo che vive di contingenze, di umori, di suggestioni che arrivano dall’area del potere economico, contro il quale non ci si deve e non ci si può mai schierare.

Sulla base di questo modo inconcludente

e in fondo ingannevole, di far politica Bersani si è cimentato in penose cadute nel ridicolo (“smacchiamo il giaguaro”) durante la campagna elettorale del 2013, combattuta in maniera rinunciataria, quasi col timore di vincere, senza mai presentarsi una sola volta in piazza ed evitando che il programma di Italia bene comune menzionasse in qualche modo la questione sociale che aveva mutato radicalmente il contesto politico italiano dopo la crisi del 2010-2011.

A Bersani si deve il sostegno a tutte le porcate renziane. Le ha votate tutte, balbettando parole incomprensibili contro Renzi, ma garantendogli sempre la fiducia.
A Bersani si devono poi i veti contro la formazione di un nuovo partito politico di sinistra all’indomani della vittoria referendaria. Si è opposto a qualsiasi congresso. Ha imposto il leader, così, dall’alto, senza discussione, senza un minimo di collegialità. E si è incaponito sul nome di Pisapia finché non è andato tutto a monte e gli entusiasmi per la vittoria del referendum si sono assopiti.

Per le politiche del 2018

ha in quatto e quattr’otto tirato su una lista (Mdp – Articolo 1) contro Sinistra italiana, dove stavano confluendo tutti i fuoriusciti del PD. Il risultato è stato quello di boicottare la nascita di un nuovo soggetto nel quale Bersani avrebbe potuto trovare posto, ma che ha di fatto combattuto, salvo poi dovercisi alleare per poter fare numero e superare la soglia di sbarramento.

Anche in quel caso ha imposto il leader, Pietro Grasso: persona dignitosissima, ma anziano e soprattutto estraneo alla politica e incapace di parlare in pubblico. Di lui ci ricorderemo la scena penosissima in cui, durante la trasmissione di Fabio Fazio, presentava il simbolo della coalizione LeU, affermando che il suo colore non era il rosso, ma l’amaranto.

Ad ogni modo, nel corso degli ultimi due anni Mdp – Articolo 1 e Sinistra italiana non hanno trovato il tempo e l’occasione per un congresso unitario.

Bersani ha fatto di tutto per rinviarlo e impedirlo

consapevole che con i suoi contenuti l’avrebbe perso. In compenso ha avuto modo di andare in tv una miriade di volte per ripetere battute usurate, ragionamenti sfilacciati, affermazioni sulla “sinistra – cito testualmente – che vuol dire guardare la gente all’altezza degli occhi”, fino a considerazioni di cui francamente vergognarsi come quelle in cui lui si definisce “più liberale di Renzi”.

Oggi Pier Luigi Bersani compie gli anni e sono subito scattati i fuochi d’artificio a forma di cuore in tutti i social network. Perché? Non dico che sia una cattiva persona, ma perché tutto questo entusiasmo sulla sua figura? Perché gode ancora di un seguito sebbene negli ultimi anni sia diventato l’uomo del disastro? Non è un padre costituente (è semmai un figlio sconsiderato “destituente”), ha regalato il suo partito a Renzi e ci mancava poco che gli chiedesse pure scusa.

Ha fallito in tutto, portando nel baratro anche chi gli stava accanto. Ora si appresta a tornare nel PD con la mediazione di Bonaccini, il più leghista dei piddini: ma che diavolo avete da festeggiare?
Anche io voglio fare un augurio a Bersani: gli auguro di andare in pensione al più presto. Noi lo dimenticheremo presto.

 

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