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È daneistocrazia globale

Si va verso un mondo globalizzato sottoposto alla dittatura dei mercati, a loro volta sottoposti alla speculazione dei pochissimi.

Ciò che sta conducendo alla graduale, ma evidente, dissoluzione degli stati nazionali, che confluiscono in un confuso multiculturalismo il quale aborrirà la cultura profonda. Dove la lingua imperante sarà l’inglese dei mercati, dove solo i postcoloniali imperi della globalizzazione la spunteranno. Paesi senza rapporti neocoloniali saranno spazzati via definitivamente, valvassini di quegli agglomerati e potentati economici mastodontici, che solo talvolta, ancora, sventolano una bandiera statale.

La loro cultura sarà come uno stagno abitato da rane: un gracidare lontano, affascinante e inutile. Ma la cultura è sempre stata inutile, come l’arte. La bellezza dell’inutilità ammanta gli stati sovrani di peculiarità che li distinguono dal resto del mondo, nell’ottica di diversificazione del creato che andrebbe difesa in tutte le sue estrinsecazioni. Al contario, la dittatura global difende il no border, il pansessualismo, l’esaltazione pseudoartistica in base a indicatori come il trend informatico (peraltro facilmente pilotabile).

Il mondo è una daneistocrazia, ma piccoli spiragli di autonomia e libertà si creano come fulgidi esempi di speranza. Così in Gran Bretagna con la Brexit, così in Italia con le elezioni che hanno visto vincitori i populisti, così in America dove ha vinto la pur volgarissima anti politically correcteness, pur con due piedi nelle scarpe dell’establishment finanziario globalista.

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Ezra Pound coniò la parola “daneistocrazia” per identificare il dominio trasversale del danaro su Stati nazionali e persone.

In Italia, gli spiragli di sovranità vengono soffocati a favore di mercati e lobbies straniere: così ha agito il presidente della Repubblica nominando un ennesimo tecnico alla guida di un Esecutivo che le stime delle agenzie politiche danno come al 10% di possibilità di ottenere la fiducia in Parlamento. Da questa situazione di incertezza, frattanto, il differenziale tra i titoli di stato italiani e tedeschi vola a vertiginose vette mai raggiunte prima. Grazie, Mattarella.

Le considerazioni storiche, sopra quelle giuridiche che pure sono abbastanza chiare, rendono l’idea della portata della decisione di Mattarella. Nemmeno Cossiga aveva fatto così politica, in tempi di terrorismo e terrore interni. Facendo peraltro la politica dell’establishment finanziario, Mattarella dimostra che uno dei più grandi estimatori dell’Unione politica dell’Ue, il prof. ed ex ministro Paolo Savona, allievo di Guido Carli, amico e collega di La Malfa (Ugo), non può essere più ministro.

Non ostante nel programma di governo non vi fossero riferimenti all’uscita dall’Euro, Mattarella ha “giustificato” la sua imposizione come la scongiura del rischio di uscita dell’Italia dalla moneta unica. A questo punto è chiaro che il motivo deriva dalle pressioni straniere, di governi e agenzie di rating. Non basta condannare i titoli dei giornali teutonici che ci chiamano scrocconi (loro: assassini, truffatori e razzisti), se poi ci si prostra alla volontà di agenzie di rating, dei giornali finanziari francesi e britannici e del governo di detto paese teutonico.

Siamo la terza economia dell’Eurozona e dovremmo essere un paese Sovrano. Questo autoritarismo scatenerà una tensione sociale senza precedenti.

Di Freddie

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