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Anche in fatto di recensioni. Quando non si sa dove mettere le mani… finiscono sempre sulle tette

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“Se non ora, quando?”. Ci sono momenti – e il sarcastico riferimento al triste e pavloviano femminismo antiberlusconiano è voluto – in cui bisogna “scendere in campo”, prendere posizione. E non sono per nulla “bagattelle”, anzi.

A cosa ci riferiamo? All’assalto bigotto e meschino (come solo i giacobini di rito travagliesco possono essere) a Selvaggia Lucarelli e al suo decolleté.

 

I fatti. Sabato scorso – piatta e priva di argomenti; dia il lettore, magari dopo una ricerca in rete, il significato che meglio crede all’aggettivazione – Elisabetta Ambrosi pubblica su “Il fatto quotidiano”, spacciandola per una recensione al romanzo “Che ci importa del mondo”, un’acida (quanto palesemente “rosicante”) stroncatura delle tette della Lucarelli. Tette, sia detto per inciso, è il termine (infantile, nel falso anticonformismo) che l’esimia recensitrice usa e abusa.

L’attenzione è sicuramente non indirizzata al libro, visto che riesce a sbagliarne l’editore. Tutti sappiamo che i giornalisti leggono i libri “in diagonale”, ma almeno uno sguardo alla copertina è lecito aspettarselo. Specie quando ci si dà l’aria da intellò.

In rete dilaga una citazione di Anita Wise. “Molti uomini pensano che più grossi sono i seni di una donna, minore sia la sua intelligenza. Non penso funzioni in questo modo. Al contrario, penso che più grossi siano i seni di una donna, minore diventa l’intelligenza degli uomini”. Ora sappiamo che anche l’intelligenza – autodichiarata, nel caso di Ambrosi – delle donne subisce dei

contraccolpi quando ha a misurarsi con misure notevoli. E le “professioniste del femminismo” inclinano sulla “Weltanschauung del camionista”. Quasi come Ratman, insomma: “in una donna noto subito gli occhi. Specie se ha le tette grosse”.

 

Non poteva mancare la “difesa d’ufficio”, verso Ambrosi, di Gad Lerner. Una specie di solidarietà tra quanti confondono il vestire male con il radical-chic (o forse, davvero, sono la stessa cosa). Evidentemente, ha ragione Selvaggia, quando nel libro scrive “a sinistra le tette non piacciono, evocano volgare opulenza”.   E, poi, abituati ai refrains del ventennio anti-Cav, non riescono a rinunciare ai pipponi contro “Drive In”.

 

Non sappiamo se abbia ragione Montale quando dice che “l’uomo non sopporta troppo realtà”.  Di certo la sentenza vale per la sinistra salottiera a cui, suicidata la rivoluzione, rimane lo straparlar di tette. Con la “ruga in fronte”, va da sé.

 

Marco Margrita

@mc_margrita

 

P.S.: a Elisabetta Ambrosi ci permettiamo, a dimostrazione del fatto che si può fare buona letteratura parlando di attributi femminili, di consigliare una lettura: “Seni” di Ramón Gómez de la Serna.
 

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Di Redazione Elzeviro.eu

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