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Il salone del libro e l’antifascismo immaginario

La polemica scaturita per via della presenza di Altaforte alla rassegna torinese, ha assunto toni che oscillano tra il comico e il farsesco. Dalla scintilla del libro di Salvini, fino alla fuoriuscita di Raimo (che si è dimesso per motivi disciplinari e non per spontanea indignazione).

 

Come anche i lettori più distratti avranno potuto notare, a Torino è andata in onda l’ennesima puntata di una serie che in questo momento sta diventando ben più virale di Gomorra o del Trono di Spade. Si tratta della messinscena fondata su una psicosi collettiva, identificabile come antifascismo immaginario; ovverosia quella forma di opposizione paranoica nei confronti di presunti rigurgiti totalitari ed illiberali, così come soggettivamente percepiti dalla propria sensibilità forgiata a suon di pane e resistenza.

Una serie che aveva visto la messa in onda della nuova stagione con il ripristino di alcune vacue polemiche attorno alla formazione di CasaPound: dallo sgombero, al suo scioglimento, passando attraverso la criminalizzazione di tutta la comunità della tartaruga frecciata per via delle accuse di violenza sessuale rivolte a due suoi militanti. Tutte esigenze e minacce divenute prioritarie, tu guarda, proprio a ridosso delle elezioni europee, prendendo il sopravvento sui programmi dei partiti, sulla crisi di governo, sul rincaro delle accise sui carburanti, sulla disoccupazione ecc.

 

La censura del contraddittorio

L’episodio di Torino però, ha un retrogusto ben conosciuto: è’ qualcosa di visto e rivisto, un evergreen che fa parte del modus operandi tradizionale del clero intellettuale “sinistro”. Da decenni, i portavoce di un certo tipo di pensiero (che una volta era marxista-gramsciano ed ora si è involuto in progressista e liberale) stanno allargando progressivamente i connotati del pericolo fascista, di modo da assottigliare sempre di più la platea del contraddittorio e mantenere quella egemonia culturale  ottenuta a suon di boicottaggi, liste di proscrizione e marchi d’infamia.

Un copione che, nei giorni precedenti lo storico appuntamento organizzato dal capoluogo piemontese, non è cambiato. Anche in questa occasione infatti, le motivazioni del parapiglia che ha infiammato il dibattito pubblico e mediatico si sono rette attorno al desiderio di censurare lo stand (e quindi la partecipazione al salone) di un infiltrato portatore di – presunti – germi nostalgici: la casa editrice Altaforte.

 

La scintilla: il libro su Salvini

Il libro della discordia

Cionondimeno, nel caso specifico è possibile riscontrare due anomalie che lasciano piuttosto perplessi. La prima concerne la scintilla che ha innescato il rogo della polemica: la presentazione (che poi era solo un’esposizione) di un libro-intervista su Matteo Salvini. Il disorientamento risiede nel fatto che denunciare la presenza di un editore “fascista” dovrebbe implicare la pubblicazione, da parte del supposto criminale ideologico, di libri che veicolino contenuti illiberali, che istighino alla discriminazione e alla prevaricazione sull’avversario, oppure che siano perlomeno inconciliabili con i capisaldi del nostro ordinamento democratico. Insomma, tutto quello che possa essere ricompreso nell’odierna definizione estensiva ed impropria di fascismo, la quale annovera all’interno del suo calderone ogni forma di intolleranza.

Ecco, diciamo che non sembra essere proprio questa la fattispecie. Come appena accennato, non si tratta né di una ristampa del Mein Kampf con note apologetiche a piè di pagina, né una magnificazione delle leggi razziali del ’38, bensì una mera intervista all’attuale Ministro dell’Interno. Qualcosa che di più istituzionale, costituzionalmente legittimo e rispettoso delle regole del gioco democratico non esiste.

 

Le dimissioni (forzate) di Raimo

Christian Raimo

La seconda anomalia invece, ci riporta come spesso capita ad una narrazione degli eventi artefatta dal circo mediatico. Già perché molti organi di informazione – Repubblica in prima linea – stanno presentando la defezione di Christian Raimo (alla quale è seguita, in segno di solidarietà, quella di altri due antifascisti da operetta quali Zerocalcare e il collettivo Wu Ming), come un gesto di spontanea indignazione, dovuto alla sopracitata presenza di Altaforte.

Ebbene, stando alle parole di Francesco Giubilei, i fatti sarebbero diametralmente opposti.

Christian Raimo, che faceva parte del comitato editoriale del Salone del libro di Torino, pochi giorni fa ha scritto un post in cui affermava: “Le idee neofasciste, sovraniste sono la base per l’ideologia della forza maggioritaria di governo. Alessandro Giuli, Francesco Borgonovo, Adriano Scianca, Francesco Giubilei, etc… tutti i giorni in tv, sui giornali, con i loro libri sostengono un razzismo esplicito”, un attacco grave, gratuito e diffamatorio nei nostri confronti. A causa di queste affermazione abbiamo chiesto le sue dimissioni per il ruolo istituzionale che svolgeva nel Salone del libro dovendo rappresentare tutti gli editori tra cui anche noi che da anni partecipiamo alla fiera di Torino pagando il nostro stand. Grazie all’intervento del sottosegretario ai beni culturali Lucia Borgonzoni, Raimo ha dovuto rassegnare le dimissioni per quanto scritto”.

 

Contromisure per il 2020

Una ricostruzione che, evidentemente, non poteva soddisfare l’esigenza di antifascismo alla base della nuova serie prodotta e trasmessa dalle principali testate liberal a tiratura nazionale. Un pioniere della lotta paranoica alle derive nostalgiche come Raimo, che viene meno al suo ruolo istituzionale, diffama gratuitamente e viene sanzionato a livello disciplinare? No, il totem cornuto e mazziato non si poteva certo presentare.

Eppure, stando a quanto scrive La Stampa, qualcuno avrebbe già pensato a delle contromisure: “un codice etico per non ripetere l’errore con CasaPound”. Posto che CasaPound e Altaforte non sono la stessa cosa (ma tanto l’informazione ormai è mera interpretazione della realtà), consigliamo di andare oltre, tanto per essere più sicuri. Perché non proporre direttamente un test d’ingresso fondato sul fascistometro della Murgia, così da avere il salone dell’autocompiacimento progressista tanto sognato? In questo modo, sarà possibile difendere i valori liberali tramite la partecipazione esclusiva di saggi sull’anacronismo del suffragio universale o sull’opportunità di censurare l’informazione in merito ai disastri dell’austerity (Fubini docet), in nome di un bene “superiore”: non avvantaggiare i sovranisti. A grandi linee, tutte quelle forme di oscurantismo del dissenso (in antitesi con la libertà di espressione sbandierata ad ogni piè sospinto) che affascinano molto gli antifascisti immaginari.

Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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