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La Silicon Valley è altresì una apprezzata meta vitivinicola americana.

Sessismo in Silicon Valley, tra credibilità e mainstream

Le maggiori testate giornalistiche, altresì nostrane, titolavano nei giorni scorsi che la Silicon Valley è sessista: si veda il quotidiano La Stampa “La Silicon Valley si scopre sessista”, sul cartaceo del 10 agosto, a firma di Gianni Riotta.

Una simile domanda (la Silicon Valley è razzista?), aleggia, di quando in quando, su tale quotidiano, riportando media d’oltreoceano: già nel maggio del 2014, a fronte di una magra percentuale di afroamericani impiegati nei colossi dell’alta tecnologia, solo il 2%, la testata torinese di respiro nazionale sollevava il dubbio.

La situazione di oggi appare similare. All’epoca il quotidiano fu dimentico del fatto che in California, ov’è sita la Valle che ospita le sedi Apple, Google, Facebook, eccetera, la percentuale di afroamericani è del 6% della popolazione. Questo scarto di 4 punti tra la rappresentanza della popolazione non tiene tuttavia conto di donne e anziani, né delle marcate differenze sociali del Paese. Ecco che, tenuto conto di codeste annotazioni, la percentuale si pone perfettamente in linea con le rappresentanze del personale stando all’etnia degli impiegati. C’è sempre, tuttavia, la voglia (o l’esigenza editoriale) di montare un caso, pure quando questo non sussiste.

Oggi la polemica infuria intorno ad un ingegnere di Google che si è permesso di aprire un dibattito sull’opportunità, per l’azienda, di spendere tante risorse per cercare di assumere in egual misura rappresentanti d’ambo i sessi in ogni settore d’impiego ch’essa stessa offra. Il dipendente dell’azienda ha discusso, in rete, della supposta incapacità genetica delle donne di operare con la medesima efficacia degli uomini in alcuni campi. Et voilà, apriti cielo. In tutto il mondo si è parlato di “machismo“, e, appunto, di sessismo. L’ingegnere è stato licenziato in tronco ed ora minaccia azioni legali, sventolando quella libertà di parola che la vetusta costituzione statunitense serba nel primo emendamento.

Più che concentrarsi sulla vicenda e su attigui casi di licenziamento per avere espresso la propria opinione, in questo luogo preme rilevare, ancora una volta, come le varie testate giornalistiche e i blog si dividano nettamente in due fazioni: da una parte chi, seguendo il pensiero dominante, pensa di farlo proprio in un’ottica progressista e chi, d’altro canto, cerca autori che, vieppiù, vadano “contro”.

Entrambi i metodi in questione sono palesemente errati: da un lato si fa propria un’opinione con il fine, non certo sotteso, di affiancarla alle proprie idee progressiste, senza però rendersi conto che tali “idee” coincidono proprio con le linee guida aziendali delle corporations più opulente e produttrici di ricchezza in luoghi ove puntualmente eludono le relative imposte, grazie a paesi che glielo permettono. Tutto molto capitalista e poco progressista, se fosse ancora necessario specificarlo.

Dall’altro lato sta la tendenza dei bastian contrari, tra i quali si annidano così spesso i complottisti e i superficiali, che sentono, lecitamente, puzza di marcio, ma che, non volendo approfondire, restano fedeli al loro credo, quando non siano addirittura convinti di opinioni non al passo coi tempi e francamente insostenibili come, appunto, quella che patrocina l’esistenza di differenze genetiche nella scelta delle professioni; ciò che pare ovvio, screditate da tempo le teorie lombrosiane, come dipenda del tutto da influenze ambientali. Queste sì, che andrebbero, forse, indagate più a fondo.

Cliccando il badge in basso il sito conpinion.com vi rimanderà ad una serie di articoli che serbano un’opinione contraria rispetto a quella di questo pezzo.

Di Federico Altea

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