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Viale della Spina Centrale: il lungo corso degli sprechi delle giunte rosse di Torino

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Nella seconda metà degli anni ottanta, sotto le amministrazioni dei sindaci socialisti Giorgio Cardetti e Maria Magnani Noya, venne presa la decisione storica di sfruttare al meglio, interrandola, la linea ferroviaria che dal Lingotto passava per quello che allora si chiamava Corso Mediterraneo. Contemporaneamente, come decisione imprescindibile, si decise anche di riqualificare urbanisticamente il corso, prima brutalmente rovinato dalla linea ferroviaria in questione, trasformandolo in quella che avrebbe dovuto diventare una vera e propria spina dorsale cittadina. Se il progetto di riqualificazione urbanistica aveva un senso, molto meno ce l’aveva l’intenzione di sfruttare, non si sa bene come, il passante ferroviario ai fini di un “potenziamento” dei trasporti pubblici a Torino, all’epoca ancora incredibilmente priva di una metropolitana. 


Per saggiare l’utilità di una simile pretenziosa rivoluzione dei trasporti pubblici che avrebbe dovuto, tra l’altro, far dimenticare ai torinesi di allora la mancanza di un servizio di trasporto sotterraneo, basterebbe domandare alle decine di migliaia di residenti della zona quanto abbiano potuto godere di questa “rivoluzionaria”  trasformazione. Infatti a tutt’oggi non esiste una fermata né tanto meno una stazione che consenta ai cittadini di cui sopra di salire su quel benedetto treno e di poterlo quindi usare come una “sorta” di metropolitana aggiunta all’unica linea fin qui costruita e realizzata. Se pensiamo che per realizzare questo po’ po’ di progetto sembra ci siano voluti ben 750 milioni di euro, c’è da rimanere per lo meno basiti per la leggerezza e l’irresponsabilità con cui il progetto è stato portato avanti. Spendere tutti quei soldi per un qualcosa che non può neppure essere sfruttato dai cittadini, cioè, in parole povere, pressochè inutile, è per lo meno surreale.

Venendo poi alla realizzazione del progetto di modifica urbanistica di Corso Mediterraneo, alla fine i risultati estetici sono stati decisamente inferiori alle attese mentre i costi…di gran lunga superiori alle stesse necessità. Infatti il rifacimento urbanistico e il seguente abbellimento del viale della Spina con le enormi ed elefantiache strutture bianche, è stata una scelta diciamo così per lo meno avventata e non indispensabile visto il costo che devono aver comportato gli enormi pilastroni bianchi il cui effetto estetico ricorda vagamente i viali di Bucarest al tempo della tirannide comunista. L’effetto luminoso che i suddetti brutti pilastri avrebbero dovuto garantire al nuovo viale è stato alla resa dei conti…salati, per lo più minimo tanto che a circa metà del corso si sono dovute posizionare sopra il manto stradale tutta una serie di lampade sospese che facessero un po’ di luce sulla tenebra dominante. Infatti i pilastroni bianchi sono troppo alti per poter illuminare decentemente la strada, problema a cui si aggiunge poi anche quello della sporcizia e polvere che finisce inevitabilmente per offuscare il vetro delle grosse e inutili lampade poste alla loro sommità.

Qualcuno forse dotato di un po’ più di buon senso, nel tratto di corso Ferrucci che si diparte dalla Spina, su un lato della strada ( sull’altro ci sono ancora gli obbrobriosi pilastri bianchi) ha piantato dei normalissimi piloni dotati di una bella luce gialla-arancione che riescono a dare un’illuminazione almeno quattro volte più potente di quella dei pilastri in questione con un costo presumibilmente assai inferiore. In molti dei controviali qualcuno ha poi pensato…male di collocare dei ciottoli di fiume sui quali per l’ardimentoso pedone che provi ad attraversarli, c’è il rischio di procurarsi elongazioni e slogature alle caviglie, o peggio di cadere…oltre a quello minore ma di maggior costo di rovinarsi la scarpe…provare per credere…anche questo…frutto di una decisione per lo meno discutibile e soprattutto costosa.

Sul discorso Spina si è poi deciso negli anni novanta, di inserire quello che è stato pomposamente denominato “Progetto Arte-città, undici artisti per il passante ferroviario“. Finora (grazie al cielo) sono state posizionate solo tre opere (quella del danese Per Kirkeby chiamata in modo anonimo e generico “Opera per Torino“, “l’Igloo” dell’artista scomparso Mario Merz e infine “l’Albero Giardino” di Giuseppe Penone. Ovviamente questo progetto non è stato realizzato con i soldi personali dei vari sindaci che l’hanno fortemente voluto, vedi Castellani e Chiamparino, ma, in definitiva, con il soldi dei cittadini torinesi in versione contribuenti che se ne sono dovuti sorbire ob torto collo gli effetti non proprio gratificanti.

La prima opera, soprannominata da qualcuno il “Lego” di Largo Orbassano, non contribuisce di certo ad abbellire la proverbiale bruttezza del Largo in questione sorto casualmente nel clima anarchico del dopo guerra in assenza di un Piano Regolatore degno di tal nome. La seconda, che fa bella mostra di sé in mezzo al Viale della Spina, è frutto di un artista che, guarda caso, viene da un’area artistica-idelogica in linea con la sinistra intellettuale e ha sollevato proteste e polemiche a nostro giudizio assolutamente giustificate e sacrosante. Ora se era legittimo, come abbiamo letto da qualche parte, che il compianto artista avesse deciso di superare le banali forme convenzionali per inerpicarsi nel terreno inesplorato della metafora e della simbologia, il risultato estetico sotto gli occhi di tutti è più adatto a nostro giudizio alle sterili e un po’ vuote discussioni accademiche tra critici d’arte contemporanea dell’ultima generazione, che molto più semplicemente a banalmente ad abbellire un corso cittadino. La terza, “l’Albero Giardino“, è forse tra le tre quella meno discutibile…peccato che la si possa apprezzare in tutta la sua semplicità da un’altezza di non meno di quaranta-cinquanta metri, ovvero a bordo di una mongolfiera o di un elicottero, mezzo di locomozione di cui sicuramente dispongono molti rappresentati precollinari e collinari della Torino radical chic di democratica vocazione piuttosto che noi comuni mortali.

Qualcuno evidentemente ha, in questo caso, scambiato Torino per un inerme laboratorio dove perpetrare, sulla testa degli altrettanto inermi cittadini, pronti però a pagarne le spese in tutti i sensi, assai discutibili esperimenti di avanguardia artistica, e non, molto più semplicemente, come una città da abbellire in modo dignitoso e sobrio ma soprattutto con costi proporzionali al risultato. Quei 750 milioni di euro sprecati per mettere in atto un qualcosa che decisamente non li merita nè li vale, dimostra ancora una volta come la sinistra sia geneticamente incapace di gestire la cosa pubblica con il buon senso e la responsabilità del buon padre di famiglia…a già…dimenticavamo, ora la figura del buon padre di famiglia è considerata un tantino sorpassata, reazionaria, fascista e clericale…meglio quella del buon…punto interrogativo  di famiglia così non ci sbagliamo. 

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Di Roberto Crudelini

Roberto Crudelini
Nato nel 1957. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con Radio Blu Sat 2000 come autore e sceneggiatore dei Giornali Radio Storici, ha pubblicato "Figli di una lupa minore" con Rubettino, "Veni, vidi, vici" e "Buona notte ai senatori" con Europa Edizioni e "Dai fasti dell' impero all'impero nefasto" con CET: Casa Editrice Torinese. Collabora con Elzeviro.eu fin dalla sua fondazione, nel 2011.

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