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Dal Piave a Manchester, storia di una generazione fallita

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Sono tanti i temi che l’attentato di Manchester apre. Uno su tutti però ci è saltato all’occhio. La bruttezza intellettuale della reazione della generazione chiamata Erasmus. Tale generazione ha la fortuna di vantare il tasso di scolarizzazione più alto nella storia, peccato che il dato non sia poi stato usato a loro vantaggio. Vuoi per le carenze all’interno di un sistema didattico, vuoi per le spicce analisi fornite dai media, vuoi per il totale disinteresse mostrato dalla generazione a comprendere macrotematiche internazionali.

La generazione Erasmus è quella forgiata nel “ripudio della guerra” a tutti i costi. Gli Erasmus e i Millenials, insomma quelli nati dagli anni ‘90 in avanti, non solo non hanno mai vissuto un conflitto, ma buona parte di loro non ha mai nemmeno vissuto l’ “anno di ferma militare”. La maniera più “amatoriale” per avvicinare una persona al concetto di guerra. Così gli Erasmus vivono su un concetto di ripudio alla guerra che è puramente teorico, su carta. Un fattore che porta inevitabilmente ad analizzare un conflitto in termini assoluti.

La guerra, considerata male assoluto, divide le forze in campo tra chi ha ragione e chi ha torto, chi fa il bene e chi fa il male. Una tipologia di analisi portata avanti, questo è da dire, a spron battuto da buona parte del sistema scolastico e dai principali media. Un’evidente eredità della Seconda Guerra Mondiale, l’emblema della vittoria dei “buoni” sui “cattivi”.

La generazione Erasmus è colpevole dunque di aver mancato un passaggio fondamentale. La distinzione tra interpretazione soggettiva di un fenomeno complesso e l’analisi oggettiva delle sue cause. La mancanza di questo salto intellettivo sconosciuto agli Erasmus li porta oggi all’interpretazione unilaterale e assolutamente divisoria dell’attentato di Manchester, così come dei recenti attacchi terroristici in Europa. Gli Erasmus più che dire “vile attentatore”, “la vostra intolleranza non fermerà la nostra voglia di divertimento”, e i vari #prayformanchester accompagnati ora da fotografie improbabili, non sanno andare oltre.

Risulterebbe evidente che una simile interpretazione di un fenomeno così complesso come il terrorismo, la riduzione assoluta del “noi liberi perché ci divertiamo” “voi retrogradi e barbari perché vi fate saltare in aria senza motivo” non ci permette di fare quel salto intellettuale in grado di comprendere le cause del fenomeno. Perchè è solo avendo ben chiare la cause molteplici di un avvenimento che si può almeno prospettare una soluzione. E infatti la soluzione proposta dagli Erasmus è in fondo una non soluzione. Sono slogan che sul piano pratico non dicono nulla.

Come l’Occidente ha distrutto il mondo arabo

È certo che una cattiva propaganda scolastica e mediatica abbia impedito agli Erasmus e ai Millenials di sapere che se oggi parte del mondo arabo-islamico ha dichiarato guerra all’Occidente è dovuto a tre date storiche fondamentali. 1916, 1948 e 1989. 1916, accordi di Sykes-Picot (gli Erasmus confonderanno il nome con un cocktail esotico) tra Francia e Regno Unito spartiscono il Medio Oriente (gli Stati che oggi conosciamo come Siria, Iraq, Libano, Giordania, Israele, Palestina, Kuwait e parte della Turchia) sotto le rispettive influenze. Francia e Regno Unito, dopo aver usato le popolazioni arabe per far saltare l’Impero Ottomano, rinnegano loro la promessa fatta di creare un unico Stato arabo.

Nel 1948 nasce lo stato di Israele, con l’appoggio del mondo occidentale. In una zona dove fino a vent’anni prima gli ebrei contavano per il 5% della popolazione e i musulmani per l’85%, viene costruito a tavolino uno Stato ebraico che fin da subito rivendica la sovranità di Gerusalemme. Il luogo più sacro per i musulmani dopo La Mecca. In pratica l’Occidente dopo averglielo messo, scusate il francesismo, nel culo agli arabi usandoli per combattere i turchi, glielo rimette nel suddetto posto dando la terra a loro promessa a un’etnia che prima era una piccola minoranza. Senza esagerare nei paragoni è un po’ come se l’Unione europea imponesse la creazione di uno Stato islamico nel centro Italia, comprendendo anche Roma. Il paragone non è esagerato perché l’attuale presenza islamica in Italia non è così lontana numericamente da quella ebraica in Palestina di inizio ‘900.

Il 1989 segna poi il crollo del Muro di Berlino. La data moderna che più di tutte è stata male interpretata. Unilateralmente vista come vittoria del mondo libero su una dittatura brutale, fine della storia (come disse Fukuyama) e inizio di un’era di pace. Badate bene che gli Erasmus e i Millenials tuttora interpretano così quella data. Il 1989 è in realtà l’apertura di una nuova frontiera per gli Stati Uniti. In linea con quanto fatto dai loro antenati cowboys, gli USA si sono lanciati alla conquista delle terre “inesplorate”, nuove opportunità di realizzazione.

L’ingombrante presenza sovietica era infatti stata indirettamente garante della crescita autonoma di alcuni stati arabi, come la Libia, l’Iraq e la Siria. Tre Stati arabi e laici che erano riusciti a sviluppare istituzioni solide, protezione sociale per la popolazione e convivenza pressoché pacifica tra le varie correnti religiose all’interno. Tre Stati che proprio per nazionalismo intrinseco avevano rinunciato alle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Il crollo dell’Unione Sovietica ha aperto questo nuovo mondo, guarda caso ricco di petrolio, ai cowboys.

Il destino vuole che proprio due anni dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1991, gli USA inizino il massacro dell’Iraq. Prima con i bombardamenti su Baghdad per difendere la sovranità del Kuwait. Poi con le criminali sanzioni occidentali che causarono la morte di 500.000 bambini iracheni (rapporto UNDP). Infine con l’invasione fisica del 2003, giustificata da motivi risultati in seguito infondati (detenzione di armi di distruzione di massa). A seguire, sotto le bombe occidentali, è caduta la Libia nel 2011. Infine la Siria è stata smembrata con una guerra civile importata per procura ancora in corso.

La popolazione araba non dimentica facilmente la distruzione materiale perpetrata dall’Occidente e guarda caso lo Stato Islamico che rivendica gli attentati di oggi, è proliferato proprio in Iraq, Siria e Libia. Ah e in tutto questo lo Stato di Israele continua a espandere il proprio territorio ai danni della popolazione araba, violando ripetutamente il diritto internazionale.

Eppure oggi dopo l’attentato siamo invasi da analisi stercali, come quella proposta da Linkiesta, che così ha titolato “Abbiamo vinto noi, stronzi: vi fate saltare in aria, noi ascoltiamo musica e facciamo l’amore” (l’hanno scritto e pubblicato davvero).

D’altronde la generazione Erasmus è quella che soffre un tasso di disoccupazione che, pur non essendo in guerra, non si vedeva dalla Seconda Guerra Mondiale, senza muovere un dito contro chi li ha defraudati della sovranità. Anzi gli stessi Erasmus e Millenials sono quelli che difendono l’Unione europea perché “minchia vuoi mettere viaggiare senza fare il visto e dover cambiare i soldi”. Poi chissenefrega se dopo l’università e un Master dovranno fare i lavapiatti a Londra. C’è da mangiarsi le mani a leggere il calendario e vedere che siamo nei giorni dell’anniversario dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Quando i Millenials di allora si dividevano tra chi ascoltava D’Annunzio e chi Gramsci. Chi partiva con la baionetta e chi si buttava tra le rotaie di un treno per protestare contro la guerra. Oggi i più coraggiosi tra i Millenials condividono i post di Enrico Mentana e Roberto Saviano.

Ha forse ragione Massimo Fini quando dice che l’Europa ha bisogno di una guerra, di quelle vere, per rimettere in linea le lancette dell’orologio del nostro intelletto.

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Di Gabriele Tebaldi

Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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