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Il Golpe Napolitano

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Le rivelazioni di Alan Friedman non ci stupiscono più di tanto. Si tratta di un incrocio di dati assunti dal giornalista con una sconcertante pacatezza da parte di politici ed imprenditori contattati da Monti molto prima che gli venisse dato l’incarico di guidare il governo, il 13 novembre 2011. Troppo prima, in realtà, tanto da prefigurare la fondata ipotesi che si sia trattato di un colpo di mano del Presidente della Repubblica. Nessuno vuole fare l’ingenuo credendo che la decisione di un esecutivo considerato d’emergenza sia un lampo di genio che arriva con la velocità di una saetta. C’è però da dire che nel luglio 2011, quando già esimii personaggi quali quelli intervistati da Friedman, in specie Prodi e De Benedetti, amici di Mario Monti, ma anche Monti stesso sapevano che vi sarebbe stato presto un governo tecnico, la situazione politica era stabile. A luglio il parlamento non era in quello stato di febbrile conflittualità fra l’allora premier Berlusconi ed il suo vice Fini.

Re Giorgio I, infatti, aveva senz’altro palesato la possibilità di rovesciare con un colpo di mano la sovranità del popolo italiano quando lo spread, becera scusa, ancora non era schizzato ai massimi successivamente raggiunti. Anzi era allora più basso di oggi: si attesta infatti oggi appena sotto i 200 punti base. Viene persino il dubbio che questo indicatore possa essere in qualche modo pilotato da oscure potenze collegate all’economia ed alla finanza, ma non poi così oscure se pensiamo che le banche, le quali gestiscono in grande misura i titoli di stato, possono in parte determinare la variazione del differenziale tra i buoni del tesoro italiani ed i bund tedeschi. Berlusconi stesso ha parlato della rilevanza nulla dello spread, altri eminenti politici ed economisti lo hanno apostrofato come una truffa.

Eccoci giunti al 9 novembre 2011, ventidue anni dopo la caduta del muro di Berlino, giorno in cui Napolitano passa definitivamente da comunista a burocrate, bancocrate e lobbista. La nomina a Senatore a vita di Mario Monti, preludio alla sua imminente elezione a premier (13/11). Oltre ai senatori di diritto e a vita (gli ex presidenti della Repubblica), il Presidente della Repubblica in carica può nominare cinque senatori a vita tra i cittadini italiani che abbiano «illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario», questo stando al secondo comma dell’art. 59, della Costituzione. La nomina di Senatore di un burocratino dell’università privata Bocconi non si sa bene quanto si concilii con tale dicitura; probabilmente è molto discutibile che i meriti di Monti siano addirittura inquadrabili come “altissimi”, e ancora più dubbio è che il senatore abbia illustrato la Patria; in qualsivoglia materia.  

 

Evitiamo qui di impelagarci, poi, nell’interpretazione discordante se ad ogni Presidente spetti la nomina di cinque senatori a vita (non di diritto), oppure se il numero massimo dei senatori di nomina presidenziale debba essere cinque, e che quindi le nomine servano solo a riconquistare quel numero massimo. Chi scrive propende per questa seconda interpretazione, alla quale tuttavia pochi presidenti (ad esempio Cossiga) si sono attenuti. E’ però da rilevare che la vera ratio dell’elezione di Monti è diversa da quella dell’articolo 59, e quindi il tradimento della Costituzione è palese. Monti è stato nominato a cagione del fatto che un presidente del Consiglio dei ministri deve necessariamente appartenere al Parlamento, mentre l’ex rettore era estraneo all’assemblea legislativa. Resta un mistero, però, come mai Napolitano non abbia potuto scovare tra novecentosessanta individui già presenti nell’assemblea legislativa un esperto di economia, o un giurista d’alto profilo che facesse fronte alla situazione di crisi. A luglio 2011, ribadiamo, De Benedetti e Monti erano in Isvizzera a Saint Moritz a discorrere amabilmente del futuro del paese e mentre il primo consigliava al secondo di accettare l’incarico, Prodi si faceva una risata con l’amico economista. Mario, quando ti ricapita la fortuna di essere Premier senza una vera opposizione e senza le elezioni? Queste in soldoni le parole rivolte da Romano Prodi al Senatore a vita.
Intanto Monti, nella calda e concitata estate, stava già telefonando ai vari personaggi – Passera, Profumo e Fornero in primis – che avrebbero allietato il governo dei banchieri nominato da Re Giorgio, governo con i più ampi conflitti d’interessi degli ultimi tempi, tanto da fare impallidire lo spodestato sovrano del conflitto d’interesse: B.

 

Eppure nessuno dei partiti in parlamento salvo il M5S è incolpevole di fronte alla rielezione di Napolitano. Le tradizioni confermate della prassi parlamentare hanno un valore, anche giuridico, vicino alla vincolatività. Eppure Napolitano è stato il primo Presidente ad essere rieletto nella storia della Repubblica. In barba al diritto parlamentare, in barba agli usi consolidati. Come se Obama si facesse tre mandati, per intenderci: ma secondo voi glielo permetterebbero? Domanda retorica, naturalmente. La democrazia di certi paesi anglosassoni è consolidata e non facilmente stuprabile come accade nel nostro Belpaese, dove è in dubbio se ancora di democrazia si possa parlare.
Stucchevole può essere rileggere le dichiarazioni di Napolitano poco prima della sua rielezione: essa sarebbe stata una “non soluzione” perché “ora ci vuole il coraggio di fare delle scelte, di guardare avanti, sarebbe sbagliato fare marcia indietro”, sarebbe “ai limiti del ridicolo“. In un colloquio con un quotidiano torinese il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è impelagato in un commosso bilancio del suo settennato chiarendo alla fine: “Non mi convinceranno a restare”. E ancora:  “Tutto quello che avevo da dare ho dato” – Il Capo dello Stato invita a non attribuire “valenze salvifiche” alla sua persona e ripete che “tutto quello che avevo da dare ho dato”. Niente “soluzioni pasticciate” e all’italiana, insomma, nemmeno di chi lo voleva di nuovo in carica ma solo per qualche tempo, lasciando a lui la scelta di quando dimettersi. In fondo, si ragiona, anche il Papa si è dimesso in anticipo ma, obietta Napolitano, “é un esempio che non calza per nulla perché per un papa non esiste scadenza e così nemmeno anticipo”. Lasciamo i commenti alla storia.

 

Il Movimento Cinque Stelle si era fatto portatore, tra le tante iniziative interessanti, ma anche tra le alrettante inconcludenti, becere, o controproducenti, di una che pare, alla luce di quanto sopra, molto giustificabile. Il Movimento 5 Stelle in aula fa il suo lavoro e se non altro ha il merito di avere risvegliato l’attività legislativa in un momento in cui il parlamento era divenuto il legislatorificio del governo, come se l’Italia avesse bisogno di 960 individui strapagati e viziati per timbrare un cartellino di governo, governo magari nominato dal monarca in persona. I Cinque Stelle, dicevamo, hanno proposto l’impeachment per Napolitano, ma tale iniziativa è stata archiviata oggi per mano del Pd e con la tacita accettazione di Forza Italia, astenutasi dal voto. Napolitano è alle soglie dei novant’anni, è in politica da 60, ci è costato 13,700,000 euro. Non vuole andare a testimoniare in tribunale dove è stato citato e ha pure fatto distruggere le sue intercettazioni. I rappresentanti grillini parlano di appuntamento con la storia inchiodando alle loro responsabilità governo (Pd, Sel, NCD) e pseudo-opposizione (FI), mentre continua placida nella sua navigazione quella che appare ormai per certi versi la dittatura di Napolione, timoneggiata dalle lobbies.

 

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Di Redazione Elzeviro.eu

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