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Che bella la globalizzazione: a Torino è guerriglia tra italiani e “profughi”

“È stato detto che argomentare contro la globalizzazione è come discutere contro le leggi gravità”, disse l’ex Segretario Generale Onu Kofi Annan. 
Globalizzazione inevitabile, ineluttabile e incontrastabile. Così pare oggi. Eppure chi afferma il processo ineludibile del “villaggio globale” non è mai un contadino dell’Africa sub-sahariana, un operaio della Nike di Jakarta o una “sguattera del Guatemala“, parafrasando un Ministro nostrano.

Chi evengelizza il verbo della globalizzazione è di solito molto benestante, tanto da far pensare che faccia parte proprio di quell’1% del “villaggio globale” che grazie al processo globalizzante si è arricchito. In realtà lo stesso concetto “globalizzazione” è fuorviante, in quanto millanta uno sviluppo equo, in cui tutti gli attori vi partecipano in egual misura e con egual voce. Sapppiamo invece, grazie al rapporto annuale stilato dalla Banca Mondiale, che il 19% della popolazione mondiale controlla il 75% del PIL globale, mentre il 20% della popolazione più povera al mondo si accontenta dell’1% del PIL.

La globalizzazione è l’integrazione del Sud nell’economia del Nord, un processo asimettrico e contraddittorio caratterizzato da una fortissima polarizzazione sociale“, questa è la definizione data dal politico tedesco Heinz Bierbaum e che facciamo nostra. Gli effetti negativi di questo processo “ineluttabile” li possiamo osservare quotidianamente.

Le città occidentali sono infatti diventate le fucine di tensioni sociali tra gli autoctoni, che vivono una stagnante crisi decennale, e immigrati allontanatisi dalla terra natia per ragioni politiche, economiche o semplicemente per noia. Così gli Stati europei, il cui welfare è stato rapinato da una Costituzione sovranazionale (Trattato di Lisbona), devono gestire il malcontento sociale di due schiere di popolazione.

Gli autoctoni e gli immigrati.

I parametri sovranazionali impongono una spesa pubblica pari a 0, così gli Stati devono arrabattarsi in soluzioni improvvisate che finiscono per non accontentare nessuna delle due parti.

A Torino dal 2013 ad oggi, ormai sono tre anni, 1.300 immigrati, di varia natura giuridica, occupano, illegalmente, gli stabili che erano stati adibiti come villaggio olimpico nel 2006. In tre anni il Comune non ha avuto la volontà e le risorse nemmeno per fare un censimento degli immigrati, così gli stessi sono stati presi “in gestione” dal Comitato Solidarietà Rifugiati e Migranti.

1.300 immigrati in un quartiere non centrale di una città metropolitana sono una bomba sociale. Chiunque lo dovrebbe sapere.

Nel novembre 2014 il Consigliere Comunale Maurizio Marrone aveva richiesto il censimento delle persone “residenti” negli stabili, subendo pesanti contestazioni da parte degli stessi immigrati. Nel giugno 2015 tre immigrati del Moi sono finiti in manette con l’accusa di stupro di una ragazza disabile.

Mercoledì sera, secondo quanto riportato da Stampa e Repubblica, persone non identificate avrebbero fatto esplodere due bombe carta o petardi poco fuori dalle palazzine occupate. Un gesto che ha scatenato la reazione degli immigrati occupanti, scesi immediatamente in strada. Questi tra la notte di mercoledì sera e il mattino di giovedì “hanno sradicato cartelli, lanciato bottiglie e ribaltato cassoni dell’immondizia. Hanno urlato contro i residenti della zona, se la sono presa con i passanti, inscenando la prima rivolta dei migranti della storia di Torino“, così riporta La Stampa.

La nuova amministrazione 5stelle brancola nel buio. L’ultima proposta fatta dal Comune è stata quella di assegnare alla Fondazione SanPaolo la ricollocazione dei profughi. Un altro modo per subappaltare al capitale finanziario un servizio che invece dovrebbe garantire lo Stato.

Gli immigrati rendono di più della droga” aveva detto Salvatore Buzzi, persone come merci, questo è l’orrore del “villaggio globale”. 

Di Redazione Elzeviro.eu

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