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Il violentatore cingalese plurirecidivo colpisce ancora. Perché nessuno persegue i giudici?

La notizia è una di quelle a cui siamo abituati:  la violenza sembra ormai essere sdoganata in Italia.

Dopo la donna aggredita alle 10 di mattina in un parco centrale di Torino da un africano subsahariano senza lavoro e che vive beatamente in una palazzina occupata, domenica mattina a Rimini, un altro evento simile.

Una giovane ragazza danese è stata violentata, questa volta fino in fondo, da un 37enne proveniente dall’isola di Ceylon, oppure “originario” del Bangladesh, come scrivono i giornali mainstream, ma la nazionalità (l’origine) la si ravvisa soltanto nel corpo dei loro articoli.

Costui vive vendendo fiori per le strade della riviera romagnola.

Dire “un noto stupratore cingalese ha colpito indisturbato per la quarta volta”, evidentemente, viola convenzioni, etica professionale, e si rischia pure di essere tacciati di razzismo.

Eppure è questa la verità, dura e cruda. E chi voglia riportare le cose come sono andate così deve scrivere. E poco importa se chi lo scrive chi ha amici cingalesi che sconvolti più di noi da queste notizie. Rasista.

I Carabinieri lo hanno arrestato il giorno dopo. Il 37enne è già noto tristemente alle cronache e alle Forze dell’Ordine. Era stato già denunciato, infatti, per tre volte per violenza sessuale. Due violenze nei riguardi di maggiorenni, una, addirittura, nei confronti di una sedicenne.

Ora,

esimi applicatori della legge: lo sapete, voi, che è un violentatore. La domanda sorge dunque spontanea: come mai un tizio che viene dalla lontana isola di Ceylon e vende paccottiglia, denunciato tre volte per violenza sessuale, una di queste nei confronti di minorenne, è libero di violentare un’altra donna?

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Forse è ora di cominciare, in Italia, a denunciare qualche giudice il cui giudizio è obnubilato da buonismo e sciatteria, qualcuno che non esercita il suo ruolo, non fa rispettare la legge, tradisce il mandato che il popolo italiano gli/le ha affidato.

Come fare ciò?

Riformare la responsabilità penale dei magistrati nell’esercizio del loro ruolo, che per ora copre solo il diniego di atti necessari.

Si invoca, pertanto, l’introduzione novello di un sistema unitario, in virtù dell’unitarietà del ruolo della stessa funzione del magistrato.

In Italia è completamente mancante un efficace sistema di responsabilità, rigoroso e caratterizzato da fattispecie delimitate che, pur tenendo conto delle differenze insite alle diverse forme di responsabilità (civile, penale, disciplinare, contabile, ecc.) possa assicurare il necessario bilanciamento della garanzia di giustizia e dell’indipendenza del potere giurisdizionale.

In Italia, però, i responsabili, o non si trovano o non si puniscono, come i luttuosi fatti di cronaca recenti dimostrano.

Di Freddie

Classe 1989. Giornalista pubblicista. Scrive su Elzeviro fin dai primordi. Laurea in giurisprudenza, master in Economia e gestione delle Risorse umane alla Newcastle Business School. Vive nel Regno Unito.

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