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La fine dell’economia reale: piccole-medie imprese al collasso

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La pandemia in corso più che sanitaria, è diventata economica e sociale. Si è diffusa in fretta in tutto il tessuto industriale, colpendo per primi i più deboli: le piccole-medie imprese.

Per quando le piccole-medie imprese (PMI) siano di dimensioni inferiori in quanto tali, il fastidio che procurano all’economia è inversamente proporzionale: ovvero abnorme. Nell’era della globalizzazione, del gigante della finanza e dei debiti digitali, le industrie non quotate in borsa sono la spina nel fianco dell’economia.

Per questo da anni le PMI subiscono ingiurie e maledizioni da parte di molti economisti. Si è definito il nanismo economico come causa di ristagno, perdita di ossigeno delle imprese, freno alla competitività e addirittura una causa di rischio. Purtroppo, tutti questi malocchi hanno funzionato.

Il lento processo innescato per uccidere le PMI

La prima botta si vede già nel 1973, con la crisi petrolifera. Le piccole-medie imprese responsabili della crescita dei decenni precedenti vengono rivalutate come non fondamentali. Contemporaneamente si innesca il processo di ricerca di fonti energetiche alternative, che stranamente coincide con la fine delle PMI di oggi.

Poi la globalizzazione, l’internalizzazione dei mercati, la nascita dell’Unione Europea e la crisi del 2007. Le piccole-medie imprese vengono letteralmente massacrate a piccoli passi.

Il 2020 rappresenta la definita accelerazione di un processo che dura da anni. I lockdown a fasi alterne, le false speranze di indennizzi, zone di tutti i colori. Mentre lo Stato italiano promette, le aziende muoiono e anche i loro proprietari. Basta guardare all’andamento dei suicidi in concomitanza di crisi economiche : il 2020 ha purtroppo statistiche molto alte.

In Italia

L’Italia è il primo Paese in Europa per numero di piccole-medie imprese presenti sul territorio. Le PMI rappresentano il 92% delle imprese attive e danno lavoro all’82% dei lavoratori italiani. Di queste solo lo 0,2% ha più di 250 dipendenti. Sono imprese per lo più a conduzione familiare, che tramandano da generazioni le proprie tradizioni. Le PMI occupano quindi un posto di rilievo non sono nell’economia del Paese, ma soprattutto nel tessuto socio-culturale.

Quindi, l’Italia è il Paese occidentale che più fa tremare l’economia finanziaria. Come detto, il nanismo economico rappresenta un nemico, per questo da tempo si intima alle piccole aziende di aggregarsi e innovarsi tecnologicamente. Se questo non avviene, l’unica soluzione è sostituirle.

La fine dell’economia reale

Le piccole-medie imprese sono considerate un ostacolo al cambiamento e verranno sostituite da nuovi mercati. Si fa spazio all’innovazione: i bigdata, l’e-commerce, l’economia green, tutta l’industria connessa alla farmaceutica e quella digitale (robot, copertura 5g, intelligenza artificiale).

Questi processi verso un futuro green e digitale potrebbero sembrare a molti lontani anni luce, eppure il tempo in cui viviamo è la dimostrazione di come una nuova realtà sia più vicina del previsto. La cosiddetta epidemia ha infatti permesso l’automatizzazione istantanea di moltissimi uffici pubblici, l’esplosione dello smartworking e ha praticamente obbligato la popolazione a digitalizzarsi. Tutto in tempo record.

La possibilità è che fra 30/40 anni il territorio italiano sarà arido e privo delle piccole-medie imprese, inglobate e sostituite da poche multinazionali. Il balzo tecnologico porterà molti lavori ad essere appannaggio di macchine e tecnologia artificiale. I lavoratori pubblici – come tutti quelli che ricoprono posizioni di burocrazia, ma anche gli insegnati – verranno sostituiti da interfacce digitali. I pochi che non rimarranno disoccupati saranno solo impiegati e mai più proprietari.

La fine dell’economia reale è stata così teorizzata da molti. Ovviamente queste sono solo ipotesi di un prossimo futuro, immaginate analizzando gli avvenimenti dell’oggi. A voi giudicare.

 

 

 

 

 

 

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Di Arianna

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