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Il Decreto Liquidità e lo “scarica barile” sulle Banche

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Mentre le imprese italiane boccheggiano, il Governo le invita a indebitarsi. Il tutto sulle spalle delle banche, responsabilizzandole di un salvataggio economico che non possono sostenere.

Con Il nuovo Decreto Liquidità pensato per sostenere le imprese colpite dall’emergenza Coronavirus, Giuseppe Conte aveva annunciato una “liquidità immediata”, promettendo di stanziare 750 miliardi di euro e dichiarando che lo Stato, in questo difficile momento, ci sarebbe stato mettendo “la sua potenza di fuoco nel motore dell’economia” .
Ad oggi, si iniziano a vedere i primi risultati e le prime conseguenze di questo Decreto e possiamo dire che sono piuttosto fallimentari.

Primo problema fra tutti, il Decreto esclude dai beneficiari tutte quelle aziende “unlikely to pay”, ovvero chi alla data del 31 dicembre 2019 era classificata nella categoria delle imprese in difficoltà. Potremmo dunque dire che è un decreto “per molti, ma non per tutti”. Eppure sono proprio queste le aziende che avrebbero maggiore bisogno di aiuti finanziari in questo momento.

Facendo due calcoli la situazione risulta piuttosto chiara: attualmente gli UTP complessivi (crediti che le banche giudicano di probabile insolvenza) corrispondono a circa 100 miliardi nel portafoglio delle banche italiane. Un cifra elevata, proporzionale al numero di imprese che riversano in una situazione economica difficile e che, conseguentemente, verrebbero tagliate fuori da un possibile salvataggio.

Analizziamo ora le problematiche a livello monetario

I finanziamenti previsti sono di due tipi: quelli garantiti dallo Stato al 100% fino a 25mila euro, e quelli garantiti dalla Sace (la società italiana di servizi assicurativi-finanziari) oltre i 25mila euro. Per gli importi più bassi i finanziamenti sono automatici, almeno sulla carta.

Il problema maggiore sta proprio nei primi, quelli che dovrebbero per l’appunto essere sostenuti dalla Sace. Al di là delle dichiarazioni di Conte, la realtà dei fatti è che la cifra ceduta a Sace corrisponde a soli 1,7 miliardi. Facendo due conti anche in questo caso, se viene considerata una leva finanziaria pari a 10, cioè per ogni euro stanziato dallo Stato, si ottiene un finanziamento di 10 euro con la leva.

Questo significa che le imprese, ad oggi, hanno a disposizione soltanto 10,7 miliardi. Una cifra irrisoria per far fronte alla crisi di liquidità.
Senza contare che, contrariamente da quanto previsto, i prestiti garantiti da Sace non sono gratuiti e prevedono commissioni sulla garanzia, il cui costo sale in base alla durata del piano di ammortamento.

La Sace poi, garantisce al massimo il 90% dell’importo (fino a 80mila euro), e per ottenere quel 100% promesso, occorre trovare un soggetto terzo che si accolli la parte restante del rischio. Ovviamente, i soggetti terzi sono le banche, le quali hanno praticamente in mano il destino delle imprese. Per tutelare i propri interessi, le banche sono obbligate a preparare un’istruttoria attraverso un esame prognostico al fine di capire se le società che richiedono il prestito saranno poi in grado di ripagarlo.

L’annoso problema burocratico

Ulteriore complicazione: la burocrazia, il grande mostro che incombe sull’Italia da sempre e che, fra commi e postille, impone paletti che rischiano di vanificare gli aiuti. Nei contratti di finanziamento che prevedono importi al di sopra di una certa cifra è previsto che l’impresa che si indebita non abbia “conti aperti” con altri terzi, dunque, anche qualora la banca decida di concedere il prestito, prima di completare l’istruttoria, deve assicurarsi il consenso di tutte le altre banche coinvolte con l’impresa suddetta.

Ovviamente questo prolunga i tempi di moltissimo e, per ottenere un finanziamento, un’impresa potrebbe dover attendere anche mesi. Sempre che, non fallisca del tutto ancor prima che gli venga concesso. Ma anche in questo caso, le imprese hanno le mani legate e non hanno nemmeno il permesso di cadere in rovina. Infatti, come stabilito dal Decreto, non solo le scadenze fiscali e i licenziamenti hanno subito un congelamento ma, fino almeno al 30 giugno, sarà vietato presentare istanze di fallimento e cause di scioglimento societario per riduzione o perdita del capitale sociale.

Una contraddizione nella contraddizione si potrebbe dire: viene presentato al paese un piano di ripresa finanziaria straordinario, che poi nella pratica risulta essere una barzelletta, con aiuti irrisori e di difficile accessibilità, e infine- ciliegina sulla torta- alle imprese non è concessa neanche la grazia di battere in ritirata. Fantascienza.

Il confronto impietoso

Lo sconforto maggiore forse deriva dal confronto con gli altri paesi, i quali stanno proteggendo il proprio tessuto produttivo in maniera ben diversa. Dalla più vicina Svizzera, dove le aziende possono ottenere prestiti garantiti dalla Confederazione con requisiti minimi e in tempi brevi, con un tasso di interesse del solo 0,5%. Passando per la Francia, dove il rapporto ben collaudato banche-governo sta dando i suoi frutti, assicurando velocità nella istruzione delle pratiche e concedendo tempi di rimborso dei prestiti fino ai cinque anni.

Arrivando in Germania, dove il finanziamento è interamente sulle spalle del governo federale tedesco per le medie imprese con più di dieci dipendenti, imponendo come unica condizione la certificazione di utilità nel 2019. Giungendo anche oltre oceano, dove gli Stati Uniti concedono prestiti senza nessuna garanzia personale fino a 10 milioni di dollari ad aziende che hanno meno di 500 dipendenti, con un tasso di interesse pari all’ 1% e con un finanziamento che può diventare a fondo perduto se da parte dell’azienda non si incorre in licenziamenti e in riduzione di stipendi dei dipendenti.

Il dito puntato contro le banche

In tutto ciò, è evidente come stia montando un’avversità nei confronti delle banche che, responsabilizzate dal governo di prendersi carico di tutti questi oneri, si ritrovano il fiato degli imprenditori sul collo.

 

“Dall’entrata in vigore del Decreto Liquidità ad oggi, nonostante le denunce, proteste e contestazioni declinate in varie forme, la resistenza delle banche nel fare arrivare liquidità alle imprese, anche con la garanzia dello Stato è stata una costante”.

Esordiscono così le cronache delle testate giornalistiche che hanno raccolto le testimonianze degli imprenditori italiani, ridotti in ginocchio dalla drammatica situazione economica.

Le banche vengono accusate di non fare la propria parte nel rilancio economico, di ostacolarlo con un odioso ostracismo. Il fatto è che, come sempre è accaduto e sempre accadrà, le banche pensano a tutelare se stesse e i propri interessi e, anche volendo aiutare lo Stato e le imprese, non possono e non devono autoledersi. Ovviamente, finanziare imprese in difficoltà, ad alto rischio di insolvenza, è molto pericoloso per loro stesse.

Quando l’Italia si è addentrata nella crisi finanziaria del 2008, il salvagente che ci ha evitato di cadere nelle stesse condizioni dei greci o dei portoghesi, è stato proprio il basso debito privato delle nostre banche, che è andato (seppur in minima parte, ma comunque in maniera rilevante) a controbilanciare quello pubblico, decisamente superiore. E’ impensabile che il governo pretenda che siano le banche a salvarci dai guai, ancora una volta, soprattutto se a loro discapito, ed è ancora più impensabile che, in caso di insuccesso, siano le banche a prendersi la responsabilità.

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Di Redazione Elzeviro.eu

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