Home / Affari di Palazzo / Criticare il capitalismo è troppo costoso in una politica fondata sul capitale

Criticare il capitalismo è troppo costoso in una politica fondata sul capitale

Condividi quest'articolo su -->

Sempre più frequentemente le persone si domandano come mai, nel panorama politico, non nascano formazioni anti-sistema o forze critiche nei confronti del capitalismo?  La risposta è molto più semplice e venale di quanto si possa credere: la politica costa.

di Andrea Zhok

Non di rado capita di imbattersi, nelle discussioni in rete, in un’opinione (opinione che un tempo ho intrattenuto anch’io) relativamente alla mancanza di offerta politica nel contesto italiano.
Che le classi dirigenti italiane, e quelle impegnate in politica in modo particolare, siano mediamente mediocri è un dato di fatto che non richiede molte argomentazioni. Certo, non si può fare di tutta l’erba un fascio, e però una valutazione spassionata della situazione non può che essere impietosa.
Spesso, davanti al deserto dell’offerta politica, si è presi dalla stizza e ci si chiede cosa ci vorrebbe, dopo tutto, per fare meglio di quelli già all’opera. Spesso ci si dice che il problema sarebbe l’eccessiva ricerca di ‘purezza ideologica’, che porterebbe alla frammentazione. Oppure la mancanza di spirito d’iniziativa, giacché ci sarebbero praterie aperte per chi ha le idee giuste.

Il requisito necessario: il denaro

Ecco, mi spiace dirlo (mi spiace anche perché contraddice cose che ho creduto in passato), ma le cose non stanno così. Questo è un modo fuorviante e astratto di giudicare. In una società come quella contemporanea, e in una politica come quella contemporanea, il problema principale perché in politica nasca il “nuovo” sono i soldi (quattrini, grana, schei, pecunia, ecc.). I soldi non sono condizione sufficiente, ma sono condizione necessaria.
Scrivendo su questo mezzo è facile incorrere nell’illusione che un partito sia una chat su FB, solo più grande, ma non lo è. Un partito è qualcosa che offre un servizio organizzativo all’opinione pubblica, che educa, indirizza, ascolta, comunica, coordina, e poi certo, anche discute al proprio interno ed elabora strategie.

Senza soldi solo dilettantismo. Anche grazie a Renzi.

Ora, nel mondo reale per poter avere una qualsiasi attività degna di nota (già anche solo per potere tenere un congresso) un partito o aspirante tale ha bisogno di soldi. La strategia dell’autotassazione dei membri è una sorgente molto limitata soprattutto all’inizio e proprio perché si è all’inizio. Nello specifico, l’organizzazione di movimenti politici che si pongano come critici delle dinamiche del capitalismo ha un piccolo ulteriore problema: raramente attrae nelle sue fila grandi rentier e sceicchi arabi.
Ora, fino a quando non girano almeno un po’ di fondi, ogni attività associativa deve essere fatta forzatamente in forma dilettantistica, negli scampoli di tempo, da persone che di norma devono lavorare per vivere. E dunque ogni iniziativa è un problema, ogni pretesa è un problema, ogni tentativo di avere un impatto e di fornire un servizio è un problema.
Incidentalmente la legislazione attuale, promossa da quel grande rappresentante degli interessi democratici che è Renzi, impedisce ai partiti di nuova formazione di chiedere il 2 per mille, che è riservato ai soli partiti già presenti in parlamento. Questo significa che una delle pochissime leve per trasformare un movimento d’opinione in un partito reale viene stroncata sul nascere.

In questo quadro alle forze nasciture restano sostanzialmente tre alternative

1) Possono rincorrere un faccione televisivamente noto, che faccia da front-man, “buchi lo schermo”, e riesca a farsi eleggere alla prima tornata utile. Questo è un modello populista, che di fatto salta a piedi pari il problema di costruire un’organizzazione, un partito: tra il popolo plaudente/votante e la ‘faccia da TV’ non c’è niente.
Naturalmente questa strategia, anche nei rari casi in cui possa riuscire, tende soltanto ad allevare narcisisti autoreferenziali, che non muovono paglia nel panorama politico, ma tutt’al più risolvono problemi di sostentamento personale.
2) Si può ricorrere a qualche soggetto od organizzazione già esistente, dotata già di una qualche potenza di fuoco operativa o finanziaria. Questa soluzione ha tuttavia il serio difetto di rendere il nascituro partito dipendente dal finanziatore, o dall’organizzazione preesistente, che diventano giocoforza “grandi elettori”, o più facilmente “padroni” del partito.
(Incidentalmente il M5S, l’unica forza politica davvero nuova emersa nel panorama politico degli ultimi decenni, è nato appellandosi ad entrambe queste strategie: un front-men per bucare lo schermo e un’organizzazione preesistente a fornire la base organizzativa e in parte finanziaria.
In questo spazio il M5S si è mosso al meglio delle possibilità disponibili, ma il peccato originale di quelle premesse si è visto e continua a vedersi: il Movimento ha continuato ad oscillare tra il ricorso al leaderismo del ‘padre padrone’ e una democrazia diretta priva di strutture intermedie, prive di quadri, prive di capacità di organizzazione territoriale. Forse col tempo questi problemi verranno superati del tutto, ma si tratta di un progetto di lungo periodo).
3) La terza opzione è quella di concepirsi come una struttura che, non volendo / potendo raggiungere efficacia operativa attraverso scorciatoie, opera necessariamente sul lungo o lunghissimo periodo. Ma questa opzione è assai difficilmente connotabile in senso partitico. Un partito politico deve intervenire sui temi correnti , non solo prendendo posizione, ma anche promuovendo iniziative, organizzando gruppi, educando cittadini, formando quadri, offrendo un punto di riferimento.

Il mondo reale e le risorse economiche della politica

Siccome tutte queste attività sono necessariamente ridotte ai minimi termini per le ragioni di cui sopra, rimangono a disposizione attività di resistenza simbolica e di promozione intellettuale, cose degnissime, ma più consone ad un’associazione culturale che ad un partito (un aspirante partito che troppo a lungo rimanga senza la possibilità di incidere sulla pratica politica finisce inesorabilmente per appassire).

La fossa del capitalismo

Ecco, ogni qual volta vi viene in mente che vi sia una “congiura dei disonesti” o dei “neghittosi” o dei “puristi” dietro l’assenza di alternative politiche, ogni qual volta sbottate di impazienza di fronte alle ‘praterie politiche‘ che non aspetterebbero altro che di essere percorse al suono delle trombe della cavalleria, sappiate che non è il mondo reale quello in cui vi state muovendo col pensiero.
Pensate che sia un caso che in Italia (e naturalmente non solo) la politica organizzata sia così poco incline alla critica al grande capitale? Credete che sia un beffardo accidente che non ci sia più in Occidente un decente partito socialista (di fatto e non solo di nome)?
Spiace molto dirlo, ma non è così, e il fatto di aver allontanato dallo sguardo pubblico, con mossa ‘idealistica’, il problema delle risorse economiche della politica è uno dei più grandi successi ideologici del capitalismo.
Condividi quest'articolo su -->

Cerca ancora

La vera emergenza sanitaria: i malati non-Covid

Mentre la sanità è alle prese con 5.470 ricoverati per Coronavirus, cioè lo 0,009% della …