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Annuncio storico di Trump: “Ce ne andiamo dalla Siria”

Le ultime notizie fatte trapelare dal Presidente americano Donald Trump su un possibile ritiro dalla Siria potrebbero avere un’importanza epocale, anche se i soliti media mainstream non se ne sono accorti.

Il classico fulmine a ciel sereno, ma sarebbe meglio descriverlo come un arcobaleno in piena tempesta, così il tycoon della Casa Bianca pare aver rotto gli indugi, annunciando un prossimo ritiro delle truppe statunitensi dal territorio siriano.

Sconfitto l’Isis non ci sono più ragioni per restare

“Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria, l’unica ragione di essere lì”, con questo conciso e sintetico tweet Donald Trump avrebbe dato l’avvio al progressivo, ma rapido ritiro di tutto il contingente americano dalla Siria. Un’operazione che il Presidente si augura di fare entro 60-100 giorni.

Una ritirata che sembra dunque improvvisa, nei modi e nei tempi, anche se, fin dalla campagna elettorale il tycoon aveva espresso chiaramente l’intenzione di voler ridimensionare la presenza militare americana nel mondo. Trump starebbe dunque semplicemente rispettando quanto promesso ai suoi elettori. L’annuncio è tuttavia di portata storica perché si pone in netta discontinuità con quanto fatto dagli inquilini dello studio ovale che hanno preceduto il tyccon.

Un presidente lungimirante rispetto ai suoi predecessori

Bush jr in visita alle truppe americane in Iraq

In particolare dopo il 1989, la strategia americana è sempre stata quella di “mostrare i muscoli” a tutti i costi, con l’obiettivo di ribadire il ruolo di nazione guida del mondo occidentale. E così Bush senior ha dato avvio alla campagna militare in Medio Oriente (Iraq), Clinton ha coordinato l’intervento in Kosovo, Bush jr ha percorso la strada del padre aggiungendo l’Afghanistan e Obama, infine, ha benedetto le primavere arabe con la destabilizzazione di Stati tra cui la Libia e appunto la Siria.

 

Il fattore comune che ha legato tutti questi presidenti è stata la risoluta ostinazione nel portare a termine missioni militari, nonostante si fossero rivelate, in corso d’opera, dei veri e propri pantani. Nessuno tra i predecessori di Trump ha mai avuto l’onestà intellettuale, e il buon senso, di ammettere il fallimento dell’operazione e annunciare la ritirata. Quella di Trump è dunque una svolta per i cittadini americani, considerati i miliardi di dollari risparmiati dai contribuenti qualora la missione dovesse davvero terminare. È una svolta anche per l’Europa, finora costretta a essere il luogo di islamizzazione dei rischi dell’aggressiva politica estera statunitense.

La stampa liberal è diventata militarista

Eppure, nonostante i benefici di tale decisione, c’è chi, invece che festeggiare, digrigna i denti e non digerisce la nuova visione isolazionista dell’America. Tra questi vi è sicuramente il Pentagono che, fin dall’annuncio di Trump, non è intenzionato a ridimensionare così facilmente il suo ruolo in Medio Oriente. Trump dovrà dunque vedersela con un apparato militare che negli ultimi venticinque anni ha goduto di particolari benefici, economici soprattutto, da parte della Casa Bianca. Se però è comprensibile l’interesse personale dell’apparato militare americano nel mantenere il proprio status quo, meno logico è invece il livore di parte dei media liberal nel descrivere la decisione presidenziale.

Alcuni “segni” della presenza americana in Siria

Il Post per esempio sostiene che la ritirata americana dalla Siria rappresenti un bene solo per la Russia di Putin e che, invece, gli Stati Uniti farebbero meglio a rimanere. Ancora più estrema è poi la posizione della rivista Internazionale (liberal a questo punto solo in teoria). Secondo costoro il ritiro statunitense scatenerebbe addirittura “il caos nella regione”. Stupisce, dunque, come la stampa “progressista” occidentale sia passata oggi dalla parte del militarismo più estremo. Anche se tale curiosa presa di posizione potrebbe essere più dettata da motivazioni politiche anti Trump che altro. Quel che c’è da dire però è che tali media omettono con una superficialità imbarazzante quelli che sono alcuni dati impietosi che dovrebbero far condannare, almeno da un punto di vista umano, la presenza americana in Siria. Dal 2014, infatti, l’intervento americano nella regione ha provocato la morte di oltre 5.000 civili. Un massacro di innocenti che, fortunatamente, un assennato Presidente americano ha intenzione di interrompere.

Di Gabriele Tebaldi

Gabriele Tebaldi
Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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