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Anglofonie ed ignoranza

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di Vincenzo Mannello

“Quanto sono ignorante…! Ascolto la grande cultura anglofona degli ospiti e capisco che diverremo ancor piú una colonia americana”…questa la mia sconsolata ammissione inviata, via sms, alla trasmissione “la Radio ne parla” di ieri mattina.
Trattavano di economia, sociologia, servizi ed altro e si susseguivano una serie impressionante di termini associati alla parola guida “sharing” (mi pare si scriva così).

Avevo capito parte dei concetti espressi ma non il loro modo di identificarli nella nostra lingua: l’italiano.
In verità sottolineo come il mio messaggio sia stato subito integralmente trasmesso in diretta dalla gentilissima conduttrice, ben recepito anche da una ospite interessata ed abbia portato alla traduzione dei termini fino allora usati.
La “condivisione” della automobile, di un investimento economico, di un alloggio per vacanza ed altro mi hanno fatto comprendere (sono già tra gli “anziani”) come i tempi siano cambiati ed il mercato globalizzato necessiti di forme nuove di comunicazione per le normali (e meno) attività lavorative o di relazioni sociali ed economiche. 

Però a patto che risultino comprensibili a me e pure (ne sono certo) alla grande maggioranza dei cittadini italiani…appunto: “italiani”, pure linguisticamente.
Lascio perdere il valore culturale e storico del nostro idioma, non sono all’altezza di trattare questo argomento. Mi limito alla considerazione pratica che una gran parte di noi sia già in età piú che matura (lo affermano tutti che siamo un popolo “anziano”) e restii (per formazione scolastica) all’apprendimento reale di altre  lingue. Con l’ovvio risultato del non comprendere niente (o quasi) nel sentir parlare e leggere in inglese (lingua preminente).
Che ,di fatto, inglese americanizzato mi dicono sia perché dagli Usa viene la nuova invasione terminologica, funzionale alla conquista del “mercato”: nazionale, nel nostro caso.

So benissimo che questa nota potrebbe essere tacciata di “provincialismonazionalpopolare e di essere fuori dalla realtà. Non ritengo sia così perché se è vero e sacrosanto conoscere una o piú lingue straniere per adeguarsi ai tempi mi sembra fondamentale che tale conoscenza sia di “affiancamento” all’ italiano, non di “sostituzione”.
Primo perché (sintetizzando per non essere prolisso) agendo come il Politecnico di Milano, che promuove corsi “solo” in lingua inglese, si perde il senso di appartenenza ad una comunità nazionale ed all’elemento comune fornito dalla lingua madre. 
Secondo (certamente da non sottovalutare) perché i giovani lanciati alla conquista del “nuovo mondo” della economia, dei servizi, della politica e di tutto quel che vogliono dovrebbero mettersi in testa una cosa: l’Italia non è la  51esima stella americana e tantissimi italiani non gradiscono affatto divenirlo.
Visto però che io stesso spesso affermo che di fatto siamo “colonia”, chi usa termini anglofoni in maniera esuberante si renda conto di una cosa: in tanti non comprendiamo e non capiamo niente!

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Di Redazione Elzeviro.eu

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