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Vorrei essere Charlie, ma non posso

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#JeNeSuisPasCharlie 
Di fronte alla marcia dei tecnocrati il Sole 24 ore riesce stamattina a dire che per una volta l’Europa dei popoli e quella delle élites (usa proprio questo termine) sfilano insieme. Un milione di persone sfilano in quel di Parigi, unite nel lutto che pervade la società europea in questi giorni, a causa dell’attentato di matrice folle e islamista. 

Inizialmente non era il tempo dei distinguo, e come sempre la nostra maestrina retorica e pecorona Boldrini ha tenuto, a poche ore dalla tragedia, a discettare sull’inopportunità di gettare la croce addosso all’Islam. Se nella rabbia qualcuno ha detto qualche frase da bar contro i mussulmani deve stare attento di non essere incriminato dalla legge morale della maestrina dalla penna rossa. Il fatto è che il nostro presidente della Camera è un buffo oggetto di imitazione, e l’argomento qui si chiuda. 

Oggi sembrano maturi i tempi delle distinzioni, e vorremmo essere Charlie. Charlie Hebdo, il dissacrante giornale satirico francese ha attaccato per anni tutto e tutti e ne ha pagato uno scotto tremendo, impossibile da sopportare in una società aperta e democratica. Il fatto è che in Francia il numero di moschee ha superato quello delle chiese e non è più possibile sostenere con certezza che vi sia una religiosità cristiana preponderante, mentre è più adeguato sostenere, numeri alla mano, la preponderanza della fede (vera fede) islamica nel paese transalpino. Charlie era (è) dissacrante, prendeva in giro tutto e tutti, e faceva dunque bene il suo mestiere, sull’onda di un liberalismo così spinto e con venature anarcoidi. Queste posizioni hanno portato al distacco dal nascente movimento d’opinione “Je suis Charlie” da parte del fondatore del Front National Jean-Marie Le Pen. L’anziano leader della fiamma d’oltralpe ha espresso un normale pensiero old-fashioned, ma che ha dato il “la” ad un contromovimento ideale, quello del “Je ne suis pas Charlie” (io non sono Charlie) che, condividendo senz’altro il dolore ed il lutto per i francesi morti, non vuole fare di tutt’erba un fascio.

Je ne suis pas Charlie è oggi un movimento ideale di coscienze che non riesce a solidarizzare con il concetto del Sole di questa mattina: non si può sfilare a braccetto con l’Europa dei tecnocrati, alleata instancabile del profitto e degli Stati Uniti, veri fautori di sconvolgimenti geopolitici e perfino corresponsabili di stragi. Gabriele Tebaldi ha bene espresso su queste colonne un concetto che deve sempre rimanere impresso nella mente del lettore informato: sottesa agli sconvolgimenti culturali e geopolitici c’è, oltre alla passata politica colonialista francese che giocoforza ha inglobato l’Islam nel suo dna, l’azione filoamericana della Nato che ha apportato nefasti sconvolgimenti in area mediorientale, per ragioni biecamente economiche. Come quando, dopo la caduta delle Torri Gemelle, invece di dichiarare guerra al potente Pakistan (che poi si è rivelato custode e forse protettore di Bin Laden), Bush ha giocato sulle paure della gente dichiarando guerra a Saddam Hussein. Unico che, insieme ad Assad, ha sempre combattuto gli estremismi islamici dall’antica mezzaluna fertile fino alle soglie della Turchia, porta dell’Europa.

Noi non possiamo essere Charlie perché, se nell’immediatezza della tragedia dire “Je suis Charlie” ha significato vicinanza nei confronti delle vittime del terrorismo, presto tale espressione ha assunto il significato di vicinanza a quelle politiche estere neglette che sono responsabili dell’abbattimento delle barriere, dello sfruttamento dei popoli, della divizzazione delle agenzie creditizie occidentali, del rovesciamento imprudente e arbitrario di capi di Stato che governavano le regioni bollenti lasciate oggi alle orde di ribelli che imperversano dall’Algeria fino all’Iraq. 

freddie

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Di Redazione Elzeviro.eu

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