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La questione di genere come applicazione del “divide et impera”

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Con il recente tormentone sul “catcalling” il circo mediatico ci ha ricordato le finalità sottese al pretestuoso utilizzo della questione di genere: distrazione dai dibattiti strutturali e destabilizzazione dei rapporti tra i sessi.

di Andrea Zhok

Comunque dev’esser chiaro che le campagne a getto continuo che presentano le donne come una sorta di specie in via d’estinzione, minacciata da ogni parte da bracconieri famelici, ingiuriata, offesa, oppressa, martoriata, crocifissa spiritualmente, terrorizzata di mettere un piede fuori dalla porta, sono campagne orchestrate in modo sistematico a partire da un solo specifico livello, ovvero quello della gestione dei grandi media.

Si ha una percezione del tutto fuorviante se si pensa che quelle opinioni abbiano lo stesso rilievo e la stessa diffusione nella società nel suo complesso di quanto appaia su giornali e TV. Si tratta di un’operazione dall’alto, sistematica e mirata.

L’ultima scena del terrore muliebre è rappresentata dal “catcalling“, che è stato promosso dal modesto italiano “fare il pappagallo”, messo alla berlina ironicamente in migliaia di film, ad una minaccia esistenziale insopportabile.

Qui, come in mille altre vicende precedenti, l’intero gioco, squisitamente ideologico, consiste nell’amplificazione ipertrofica di un aspetto di vita presentandolo nella cornice prefabbricata dell’aggressione di genere. In sostanza siamo di fronte ad una teoria (la vittimizzazione della donna), teoria influente, o semplicemente utile, presso alcuni gruppi, di cui vengono cercate sistematicamente conferme.

E siccome, come epistemiologicamente noto, qualunque teoria che cerchi solo conferme verrà implacabilmente confermata, l’operazione riesce e si rinforza nel tempo. Sempre più persone vanno alla ricerca nella memoria di situazioni sgradevoli, imbarazzanti o irritanti, che diverranno un’ulteriore prova della teoria.

L’operazione ha due grandi vantaggi nell’ottica mediatica che la alimenta.

1) Consente di creare tempeste mediatiche di cui campare per settimane o mesi a costo zero: qui il quadro delle opinioni kosher è noto, e basta trovare occasioni per metterlo in campo, occasioni che difficilmente possono mancare per questioni che occupano circa metà del genere umano.

2) Inoltre permette di tenere focalizzata l’attenzione pubblica su questioni di costume, che da sempre, insieme alla cronaca nera, sono le questioni cui ci si dedica per evitare discussioni di tipo strutturale (economico, geopolitico).

Insomma si creano notizie in modo comodo, conveniente, ed esenti dal rischio di scontentare qualcuno dei padroni del vapore. C’è però anche un terzo effetto di questa tendenza, sociologicamente di gran lunga il più importante. Se sia un effetto pianificato o meno, non saprei dirlo.

Di fatto, questa lettura sovraimposta forzosamente e sistematicamente alla realtà crea il terreno per una costante allerta reciproca tra i sessi, per un crescendo di sospetto e diffidenza reciproca, per una coltivazione di tensioni bellicose che si ripercuote in ulteriore destabilizzazione dei rapporti (come se già non fossimo in una società centrifugata e spezzettata in modo terminale).

Naturalmente le questioni concrete relative alle difficoltà strutturali, ad esempio gli oneri di maternità delle donne, sono lasciate intoccate da queste campagne, che su questo piano non muovono mai foglia.

L’intero contributo culturale, l’effetto concreto fornito dalle ininterrotte campagne mediatiche sul tema è rappresentato da una potente spinta alla misandria (e per reazione, alla misoginia), che creano una bella faglia proprio nel mezzo della società.

E le giovani generazioni, quelle non ancora inacidite da qualche divorzio alle spalle, non ancora deluse dalla vita e dall’universo tutto, ringraziano di cuore per questo gentile contributo all’avvelenamento sociale, che gli renderà le “cose della vita” persino più difficili del solito.
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