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La gazzarra su Montanelli è un insulto alla tragedia del paese

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Da una settimana ormai, il dibattito sui peccati di Indro Montanelli ha acquisito assoluta centralità nel dibattito nazionale. Un fatto che dimostra come alla scarsa sensibilità verso il passato, i portatori di questa anacronistica battaglia di civiltà uniscano anche il più totale disprezzo per il presente. 

Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia, che crea falsi miti di progresso”. E’ in occasioni come queste che ci viene puntualmente in soccorso la strofa più celebre di “up patriots to arms”. Una citazione certo non originale, forse addirittura inflazionata, ma che coglie la sintesi di un fenomeno sociale con una semplice pillola come solo gli intellettuali sanno fare. E Franco Battiato – con buona pace della Murgia – è un fior fiore di intellettuale: o perlomeno, lo è stato.

Volendo essere meno dozzinali, all’interno dello stesso brano si può incontrare un altro passaggio parimenti emblematico e parimenti riadattabile ai fatti di cronaca dell’ultima settimana: “alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, potete stare a galla”. Entrambi gli estratti nacquero per ironizzare sulla vacuità intellettuale dei sessantottini, così come sull’inconsapevolezza della propria condizione di pedine. Pedine nelle mani di un sistema che erano convinti di cambiare, ma che in realtà li utilizzava per rafforzare il proprio potere. Soggetti analoghi a quelli che  Lenin, ben prima di Battiato e del ’68, apostrofò come utili idioti.

Oggi come allora, il sistema porta avanti questo incantesimo con la sapiente somministrazione di presunte battaglie di civiltà e concessioni di effimeri traguardi culturali (che non spostano di una virgola i rapporti di forza, né infondono tantomeno conforto a chi ne ha realmente bisogno). Per utilizzare un’altra espressione non particolarmente innovativa, si tratta di quelle che in gergo complottistico vengono definite armi di distrazione di massa.

Il conformismo del rivoluzionario moderno

Osservando i meccanismi delle prime sommosse popolari post-covid però, la sensazione è che questa strategia abbia subito una qualche evoluzione. Una percezione corroborata dalla facilità con cui il conformismo è stato capace di appannare la realtà, senza incontrare la benché minima opposizione: come un repentino colpo di spugna.

Per capire il motivo della chiamata in causa del conformismo basta fare un breve passo indietro, fino alla genesi del movimento black lives matter. Certo, in realtà la scintilla iniziale è stata innescata dall’assassinio ingiustificabile di George Floyd ad opera di un agente di polizia e nessuno si sognerebbe di minimizzare le proteste contro una condizione di discriminazione endemica.

Quello che si potrebbe obiettare, al massimo, è che il problema delle periferie americane sia di carattere sociale e solo indirettamente razziale; che, pur esistendo da secoli, esso venga riesumato dal cilindro solo negli anni delle elezioni presidenziali. Tutte argomentazioni solide, ma che dal punto di vista pratico tolgono poco o nulla alla legittimità emotiva del malcontento.

Ad ogni buon conto, cosa è accaduto dopo il fatto increscioso? Le intemperanze  figlie di un omicidio avvenuto a migliaia di chilometri di distanza – ed appartenenti ad un contesto storico-geografico ben circoscritto – sono sbarcate in Europa, sotto forma di un’opera di criminalizzazione dell’uomo bianco (ma le razze non erano un costrutto sociale?!), della sua storia e dei suoi totem: questi ultimi divenuti tutti, da un giorno all’altro, personaggi esecrabili e colpevoli di ogni nefandezza.

Ed ecco che finalmente possiamo rispondere al quesito: perché conformismo? Perché non è stata solo ribadita la solita pulciosa subalternità culturale agli USA che contraddistingue il vecchio continente dalla fine della seconda guerra mondiale, ma la suddetta subalternità ha colpito anche i barricadieri di casa nostra. Un epilogo kafkiano in cui migliaia di persone predicano una rivoluzione contro le diseguaglianze, accodandosi ad un movimento nato nella patria del capitalismo imperialista e supportato da tutte le principali multinazionali: condizione che ricorda molto da vicino quella del cane di Mustafa.

Sanificare una storia mai compresa

In pochi giorni, la furia iconoclasta è divenuta il marchio di fabbrica della marcia internazionale antirazzista. Dopo la decapitazione della statua di Cristoforo Colombo infatti, la situazione è degenerata in maniera incontrollabile anche alle nostre latitudini: prima l’imbrattamento delle sculture raffiguranti David Hume e Winston Churchill in Inghilterra, poi la vandalizzazione di quella dedicata a Giulio Cesare in Belgio ed infine l’accanimento perfino nei confronti di un busto di Vittorio Emanuele II (il quale potrebbe non aver mai visto un africano in vita sua) a Torino. Ma soprattutto, il ritorno di un grande classico: la polemica riguardante Indro Montanelli.

L’aspetto singolare di questa deriva è la manifestazione di una mastodontica ignoranza storica da parte di chi, della storia, vorrebbe scrivere un nuovo capitolo. E non tanto per il fatto che le statue siano una parte della nostra memoria, senza la quale non possiamo conoscere noi stessi; e nemmeno per l’ipocrisia sottesa al giudizio su una figura del passato, attraverso i parametri morali dei giorni nostri. No, c’è di più.

C’è il fatto che, questi invertebrati con velleità da sovversivi, abbaiano alla luna. Senza saperlo, si accaniscono cioè contro simulacri di personalità che hanno gettato le basi di alcuni valori perfettamente condivisi dagli stessi manifestanti. Pensiamo al caso di Churchill, artefice della resistenza contro il nazismo in Europa, oppure a quello di Montanelli, liberale e aperto sostenitore di una  società americanocentrica: entrambi vilipesi (da defunti) da un manipolo di antirazzisti, culturalmente dipendenti dai dibattiti nati oltreoceano.

Nessun rispetto nemmeno per il presente

Scarso senso della storia dunque, al quale si unisce, per formare un connubio esplosivo, anche una scarsa sensibilità verso il presente. Già perché quello che fa davvero orrore di tutta questa campagna di sensibilizzazione antirazzista, non è tanto la revisione del passato attraverso la sua strumentale manipolazione, bensì il contesto.

Quello che lasca davvero attoniti è che la moralità di un uomo nato nel 1909 e passato a miglior vita da 20 anni, abbia acquisito centralità nella cronaca italiana di questo determinato periodo. L’Italia sta tentando faticosamente di uscire dalla peggiore pandemia dell’ultimo secolo e sta iniziando a fare i conti con quella che, verosimilmente, si rivelerà essere la più grave depressione economica del dopoguerra.

A metà Giugno la panoramica è la seguente: non è ancora stata  completamente erogata la cassa integrazione relativa ai mesi di Marzo e Aprile, mancano all’appello migliaia di bonus per gli autonomi della prima tranche, il sistema di accesso al credito per le imprese si sta rivelando impraticabile, i dati ISTAT rilevano un calo dell’occupazione di 500.000 unità negli ultimi tre mesi, mentre 4 imprese su 10 hanno registrato un calo del fatturato di oltre il 50% ( e più della metà prevede mancanza di liquidità per far fronte alle spese).

Lo scenario, in poche parole, è un presagio di fame, miseria, rabbia e disgregazione del sistema paese. Ora, a meno che qualcuno non sia così gentile da produrre le prove di un coinvolgimento di Montanelli (sotto le improbabili sembianze di un poltergeist) nei ritardi dell’INPS o di una sua regia oscura dietro la criminale procrastinazione del governo e dell’Europa nella scelta degli strumenti economici idonei, il sistema mediatico e la società civile sarebbero pregati di riscrivere la gerarchia delle loro priorità.

E non per una ragione di semplice benaltrismo, ma per decenza nei confronti dei nostri connazionali vittime di questa immane tragedia. Oltreché, per non prestare il fianco ai pupazzi latori del falso progresso profetizzati da Battiato.

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Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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