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Traffico illegale di organi in Afghanistan: il risultato dell’occupazione occidentale

Afghan security personnel gather at the site of bomb explosion in Kabul, Afghanistan, Wednesday, Feb. 26, 2020. Afghan officials says the bomb placed in a motorbike wounded nine people. The truce between the U.S. and Taliban started last Friday, setting the stage for the two sides to sign a peace deal next week aimed at ending 18 years of war in Afghanistan and bringing U.S. troops home. (AP Photo/Rahmat Gul)

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Il New York Times ci informa che ad Herat, una delle città più moderne e modernizzanti dell’Afghanistan, è in atto, come un’abituale forma di profitto, la vendita di organi, soprattutto reni, strappati ai ragazzi afghani in cambio di poche migliaia di dollari (3.500 è la tariffa media).

di Massimo Fini

L’Afghanistan è da sempre un paese povero, privo di quelle risorse, come il petrolio e il gas, che fanno tanto gola agli occidentali. Ma mai nella sua storia, passata e recente, si era assistito a un tale sconcio. L’invasione sovietica del 1979, durata dieci anni, aveva ulteriormente impoverito questo paese già povero, ma non ne aveva intaccato le strutture morali e culturali.

La lotta per il potere fra i “signori della guerra” (Massud, Heckmatyar, Dostum, Ismail Khan) non aveva certo contribuito a migliorare le cose. Quando nel 1996 i talebani del Mullah Omar presero il potere il paese sembrò trovare un periodo di tranquillità, di pace e di autosufficienza alimentare che è durato fino al 2001, anno dell’invasione occidentale in Afghanistan.

Certamente col Mullah Omar un traffico di organi non sarebbe stato nemmeno pensabile

Avrebbe fatto impiccare immediatamente chi ci avesse provato, non solo perché traffici del genere sono proibiti dal Corano, ma perché sono inammissibili per qualsiasi etica, religiosa o laica che sia. Oggi ad Herat esiste un ospedale, il Loqman Hakim Hospital, che si vanta di aver operato più di mille trapianti di reni in cinque anni.

Nell’ultimo capitolo del mio libro “Il Mullah Omar”, del 2011, intitolato “Come si distrugge un paese”, avevo puntualmente descritto come l’operazione americana, denominata beffardamente Enduring Freedom, avesse devastato economicamente, socialmente, culturalmente, moralmente l’Afghanistan e la sua popolazione.

Evidentemente dal 2011 Enduring Freedom ha fatto dei grossi passi avanti se questo traffico di organi, che è più grave del traffico di esseri umani tipo quello che c’è fra la Libia e l’Italia, si può svolgere tranquillamente sotto gli occhi di tutti senza che nessuno, a cominciare da Amnesty International e da tutte quelle organizzazioni internazionali tanto attente ai “diritti umani”, osi alzare un dito o emettere un ‘flatus vocis’.

Ma la cosa ancor più grave, almeno per noi, è che Herat è sotto il controllo italiano

Abbiamo 800 soldati là. Cosa fanno e cosa fanno i loro comandi? Cosa fa il nostro ministero degli Esteri e in particolare quello che, per il momento, è ancora il capo di quel dicastero, il cattolicissimo e pio Luigi Di Maio, a cui da tempo avevo segnalato la gravissima situazione afghana e la nostra corresponsabilità? Come mai notizie così sconcertanti, così gravi, così abominevoli le dobbiamo avere dal New York Times, che sarebbe il primo interessato a tacerle dato che l’invasione dell’Afghanistan è soprattutto di mano americana, mentre lì noi siamo solo a fare i servi sciocchi, fedeli come cani ma sleali come sempre?

Noi non abbiamo mai creduto ai Tribunali internazionali per “crimini di guerra” perché sono i tribunali dei vincitori, ma se questi Tribunali esistessero davvero io penso che i signori Bush e Obama e gli esecutori materiali di Enduring Freedom dovrebbero essere impiccati come i criminali nazisti a Norimberga.

 

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