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Il muro tra Stati Uniti e Messico non ferma i migranti

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Secondo il Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite, l’America Settentrionale è ad oggi la regione con il maggior numero di migranti al mondo. In particolare, gli Stati Uniti rimangono il principale Paese destinatario, con circa 50 milioni di migranti presenti nel 2019. 

Sempre nel 2019, al confine tra gli Stati Uniti e il Messico sono stati fermati 850 mila migranti, cifra record negli ultimi 12 anni e più del doppio rispetto al 2018. Si tratta comunque di numeri minori rispetto ai primi anni 2000, quando si registravano picchi superiori al milione. Ciò che è cambiato oggi è la composizione di chi cerca di attraversare il confine: negli ultimi dieci anni, la migrazione dall’America Centrale è esplosa, andando a superare in numero i migranti economici messicani. Mentre tra il 1990 e il 2010, quello tra il Messico e gli USA è stato il corridoio migratorio che ha assistito alla maggiore crescita, nell’ultimo decennio ha invece teso a ridimensionarsi. A conferma di ciò, il 71% dei migranti fermati nel 2019 sono infatti richiedenti asilo provenienti dai Paesi del “Triangolo del Nord – El Salvador, Guatemala a Honduras. 

Chi arriva: il confine Messico – USA

Nella rotta verso gli Stati Uniti i migranti si imbattono con gli oltre 1000 chilometri di barriera che si estende lungo un confine con il Messico, diventata luogo simbolo del fenomeno migratorio. Per i migranti fermati alla frontiera senza documenti, la procedura prevista dalla legge statunitense è quella del respingimento immediato, cioè senza il diritto ad alcuna procedura giuridica. A seguito dell’ordine esecutivo emanato da Trump nel 2017, il respingimento è ancora oggi in vigore, a meno che non venga presentata una richiesta di asilo, diritto riconosciuto a livello internazionale anche per chi arriva in un Paese illegalmente. La credibilità delle richieste di protezione viene valutata poi dai tribunali competenti e nel tempo di attesa i migranti sono detenuti in strutture d’accoglienza prossime al confine, per un periodo lungo in media due anni. Nel 2019, su 210 mila richieste di asilo avanzate, ne sono state accettate 18mila. 

I migranti irregolari tra Trump e Biden 

Molte delle misure attuate per far fronte all’immigrazione irregolare si concentrano sulla sicurezza ai confini, ma, secondo il Center for Migration Studies, i due terzi degli immigrati irregolari è in realtà costituito da chi entra nel Paese legalmente e vi rimane oltre la scadenza del visto. Gli immigrati irregolari ad oggi sono infatti 11 milioni, in larga parte provenienti dai Paesi dell’America Centrale, di cui circa il 66% risiede negli Stati Uniti da più di 10 anni, stando alle stime del Pew Research Center.

Trump ha varato il blocco del Temporary Protected Status (TPS), che garantiva il permesso di soggiorno temporaneo a oltre 400 mila persone, per il 93% provenienti da Haiti, Honduras e El Salvador. L’amministrazione Trump ha marcato un deciso inasprimento della politica immigratoria statunitense; tramite ordini esecutivi e quello che è stato definito un approccio legislativo “stratificato”,  è riuscita a bypassare il Congresso e i tribunali federali, attuando più di 400 provvedimenti che potrebbero richiedere anni per essere smantellati. 

L’arrivo di Biden alla Casa Bianca sembra prefigurare un cambio di rotta per la politica d’immigrazione statunitense, a partire dalla nomina, fortemente simbolica, del primo latino americano a capo della Sicurezza Interna e della polizia di frontiera, Alejandro Mayorkas. Tra le varie proposte, il nuovo Presidente ha manifestato infatti l’intenzione di proteggere ed espandere lo status di protezione temporanea ai richiedenti asilo venezuelani, alzare il limite dei rifugiati ammissibili ai 125mila e rilanciare un percorso di cittadinanza per l’intera popolazione statunitense di immigrati irregolari. Un programma che si distacca dalle politiche dell’amministrazione precedente, ma che appare tuttavia poco realizzabile nella sua interezza, a fronte sia di un Senato a maggioranza repubblicana, sia di un contesto sociopolitico, quello americano, sempre più polarizzato nell’identificazione in uno dei due partiti.

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Di Mattia Mollica

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Studente di Scienze Internazionali dello Sviluppo e della Cooperazione presso l'Università degli Studi di Torino.

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