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La recessione ci fa riscoprire i valori o ci mette in crisi?

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La crisi economica ci fa riscoprire i veri valori, in un’epoca in cui spesso abbiamo pensato di potere essere al di sopra di tutto, di poter divertirci fino a 35-40 anni, per poi solo successivamente spingersi a costruire un nido famigliare.

Ora si dà il caso invece che, stante la crisi che attanaglia le nostre famiglie, una persona svogliata negli studi possa pensare di abbandonarli, per non gravare con tasse perpetue sui genitori ed ambire a cercare un’occupazione, od eventualmente crearsela, per contribuire a portare il pane in tavola della famiglia ed eventualmente persino farsene una nuova. Una nuova famiglia con pargoli, mutuo e rate da pagare sulla macchina: una famiglia normale, per intenderci. Crescono questi pensieri di ardua felicità, di amore e di matrimoni in giovane età.
Negli ultimi anni le statistiche ci dicono che i giovani, che da decenni non si sposavano più, hanno bloccato questo trend di decrescita fortissima: oggi esso si è parzialmente attenuato, per quanto sia ancora in mastodontico deficit se rapportato alla natalità del secondo dopoguerra, soprattutto al Sud Italia. Resta il fatto che qualcosa si comincia a muovere, e negli affetti famigliari si va ricercando quella solidità che l’economia e le finanze non possono più comprare.
A qualcuno tuttavia possono lecitamente sorgere alcuni i dubbi pressanti quali, a titolo esemplificativo: “sarò degno di procreare?”; “è giusto che io metta al mondo, in questo mondo, dei figli?” Non sono domande prettamente cristiane, è vero, ma sono le domande esistenziali che per anni hanno bloccato la natalità nel nostro paese, accompagnate alle stringenti angosce economiche. Dal candore di un sorriso un tempo nasceva una famiglia, un amore che si perpetrava fino alla vecchiaia, nella maggioranza dei casi. Oggi se si dovesse avere la fortuna di trovare una metà affine con cui si scambia un sentimento sincero, come si potrebbe pensare di convivere (e sposarsi, per i credenti), se nemmeno si è sicuri di avere il diritto di portare un bambino su questa terra, in questo paese lordo di corrotti e di malversatori?
D’altronde le alternative sono lasciare la terra natia per fare un figlio in un paese straniero, del quale bisognerebbe tollerare le diversità, le multiculturalità (sarà un paese di massiccia immigrazione) e naturalmente integrarsi, da stranieri. Le angosce della gioventù un tempo venivano risolte dal prete, poi persa la fiducia nella religione, dallo psichiatra, oggi, persi i soldi, si ritorna dal prete o si rimane soli con le proprie angosce.

Elena Ferrero

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Di Redazione Elzeviro.eu

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