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KINDU, una tragedia italiana dimenticata

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Sono trascorsi 53 anni da quell’11 novembre 1961 quando 13 nostri aviatori della Folgore furono massacrati e fatti a pezzi nell’ex Congo Belga. Auspicavo che lo scorso anno quando la congolese Kyenge, nominata ministro dal governo italiano, si ricordasse dello scempio che fecero i suoi connazionali.
Silenzio totale.

Purtroppo non possiamo pretendere che costei abbia una memoria storica, complici soprattutto i nostri governanti che ricordano solo le tragedie che fanno comodo per assecondare la volontà dei potentati stranieri e di quelle lobby massoniche che ci dominano da oltre sessant’anni.

Pochi ricordano quella terribile tragedia; ricordo che all’epoca frequentavo le elementari ed il nostro maestro ci parlò del sacrificio di quei militari per portare aiuti umanitari in terra straniera. L’attuale Repubblica Democratica del Congo, uno Stato dell’Africa Equatoriale, fu sconvolto in quel periodo dalle solite guerre tribali con a capo personaggi che combattevano uno contro l’altro per il potere e per le immense ricchezze della ex colonia belga.

Ecco i nomi di codesti capi tribù, connazionali della Kienge: Ciombè, Lumumba, Mobutu. Le Nazioni Unite già all’epoca colsero l’occasione per mettere le mani su quei territori ed inviarono degli aiuti  per fare fronte alla grave emergenza della popolazione straziata dalla fame e dai massacri incontrollati. Anche l’Italia, era ovvio, partecipò agli aiuti con carichi di medicinali e derrate alimentari, tramite i famosi vagoni volanti, C 119 Hercules.

La mattina dell’11 novembre due equipaggi al comando del Maggiore Amedeo Parmeggiani e da Giorgio Gonelli ebbero la sventura di atterrare allo scalo di Kindu per riposarsi e rifocillarsi, il tempo necessario per poi scaricare e ripartire al più presto. I soldati congolesi del posto, al comando del generale Mobutu, in realtà attendevano il lancio di mercenari/paracadutisti al soldo di Moise Ciombè, capo indiscusso dello stato indipendente del Katanga, i quali scambiarono i soldati italiani per i mercenari del loro avversario.

I congolesi entrarono nella mensa e catturarono l’equipaggio, il tenente medico Francesco Remoti tentò la fuga ma fu barbaramente ucciso. Successivamente gli altri dodici militari, dopo aver subito un selvaggio pestaggio, furono massacrati a raffiche di mitra. La folla inferocita che assistette al pestaggio e all’uccisione si scagliò sui corpi martoriati e ne fece scempio con il machete. Alcuni testimoni affermarono con certezza che i corpi furono oggetto di atti di cannibalismo, le mani di alcuni di loro furono vendute al mercato di Kindu. C’è il fondato dubbio che le autorità italiane non abbiano avuto il coraggio di ammettere pubblicamente che i tredici italiani furono vittime di cannibalismo.

Quando la notizia arrivò in Italia, i parà della Folgore volevano andare a Kindù per regolare i conti ma furono frenati dai comandi militari per questioni diplomatiche. Mi sembra onorevole ricordare i nomi di quegli Eroi che caddero per la Patria: Onorio De Luca, 25 anni; Filippo di Giovanni, 42 anni; Armando Fabi, 30 anni; Giulio Garbati, 31 anni, Antonio Mamone, 28 anni; Martano Marcacci, 27 anni; Nazzareno Quadrumani, 42 anni; Francesco Paga, 31 anni; Amedeo Parmeggiani, 43 anni; Silvestro Possetti, 40 anni; Francesco Paolo Remoti, 29 anni; Nicola Stigliani, 30 anni.

Una domanda mi sorge spontanea: perché l’Italia non ricorda quell’eccidio? Timore di rivangare un passato scomodo? Perché quando la Kyenge sedeva in Parlamento, nessuno del suo partito gli sussurrò negli orecchi di ricordare quei tragici fatti: sarebbe stata una buona occasione per il partito stesso e per la loro parlamentare di dimostrare agli Italiani che la memoria non si cancella. Purtroppo non possiamo pretendere nulla da una Nazione, pardon, chiamiamola giustamente “paese”, che dimentica i suoi Figli che hanno dato la vita per questa Italia. Loro hanno onorato la Patria, al contrario i nostri governanti disonorano questi Caduti da 63 anni.

L’Onore è una parola troppo difficile da comprendere per coloro che riscaldano gli scranni del Parlamento. Ricordo cosa disse Aleksandr Isaevic Solzenicyn a proposito dell’Onore: “Per essere veramente liberi occorre saper correggere i propri errori e vivere secondo quel concetto che esiste da secoli ma oggi sembra aver perso ogni attualità: l’ONORE“.

Diego Michelini

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Di Redazione Elzeviro.eu

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