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Il controllo della potenza e la strategia della società

Gli esseri umani hanno ereditato dai primati, che hanno ereditato dai mammiferi, che hanno ereditato dalle forme di vita precedenti, la strategia adattativa gruppale.

di Pierluigi Fagan

Ogni forma di vita è individuale (nasce, vive e muore) e l’individuo deve vivere il più a lungo ed il meglio possibile. Molte forze naturali vanno sfidate per ottemperare a questo doppio imperativo ontologico inscritto nella nostra stessa biologia; e molte forme di vita hanno trovato conveniente associare individui per perseguirlo.

Le società” degli enti biologici (enti che oltre all’imperativo ontologico hanno inscritto nella biologia, anche l’attitudine sociale), nascono da questa strategia adattiva per la quale, banalmente, “l’unione fa la forza” e la forza è ciò che serve per sfidare i venti contrari della natura. La natura ti mette al mondo ma ciò non vuol dire che abbia previsto di renderti facile l’esistenza.

Contrariamente a quanto sostiene in maniera davvero incomprensibile il mainstream della cosiddetta “sintesi moderna” o neo-darwinismo

– un corpus interpretativo anglosassone perfettamente organico all’antropologia ed alla filosofia anglosassone di cui ci siamo già occupati -, la partita esistenziale è sì certo individuale, ma la strategia di gioco, quella umana e quella di molte altre specie, è collettiva.

Individuale e sociale è “relazione inscindibile“, falsa dicotomia. Ammesso e non concesso il concetto di “selezione naturale” (la presunta “selezione naturale” è invero di manica abbastanza larga, è più un vaglio di minima idoneità), la strategia sociale è quella che frappone tra individuo e natura, il gruppo. Oggetto di vaglio di minima idoneità, è prima il gruppo e poi, dentro il gruppo, l’individuo. Il gruppo si adatta al suo ambiente, l’individuo si adatta al gruppo. Ovviamente, l’adattamento non è solo passivo ma anche attivo per cui i gruppi modificano i paesaggi a cui debbono adattarsi (paesaggi qui s’intende nell’accezione naturale non meno che storico-sociale) e così fanno gli individui con le società stesse.

La strategia adattiva principe di ogni gruppo è la potenza. La potenza è la facoltà di agire secondo intenzione per perseguire il doppio imperativo ontologico avendo conseguito adattamento.

Nella breve storia dell’umanità, dalla nascita delle società complesse (solo cinquemila anni), vi sono stati diversi assetti di potenza, ma ognuno, doveva risolvere due problemi al contempo: l’ordine interno al gruppo sociale e la capacità esterna di dare positivo adattamento alla condizioni ambientali e storiche, date.

Dal XVII secolo, un popolo europeo ma isolano

(le isole sono classicamente conosciute come spazi speciativi: i fringuelli dal becco arancione di Darwin alle Galapagos si produssero come sottospecie proprio in una isola di un arcipelago, ed Ernst Mayr contribuirà fortemente alla sintesi moderna del neo-darwinsimo con la genetica delle popolazioni o anche “geografia speciativa”), inventa una nuova strategia adattiva.

La strategia prevede di risolvere ogni problema presentato dalla vita associata e che la vita associata incontra nell’adattarsi al proprio ambiente storico-naturale, producendo soluzioni pratiche. Tali soluzioni sono intermediate da tecnica, scienza (che astrae nella teoria la conoscenza pratica per riprodurla) e capitale. Ne nasce non solo l’economia moderna, ma anche il modo moderno di stare la mondo, ovverosia società che si ordinano con le strutture date dall’economia moderna. Queste fu la versione moderna della soluzione di potenza.

Marx ed Engels, nel “Manifesto”, descriveranno la questione della soluzione moderna di potenza, con toni letterari impressionistici:

“Lo stregone che non è più in grado di controllare i poteri del mondo inferiore che ha richiamato con i suoi incantesimi”.

Questa figura dello stregone che inventa cose di cui poi perde il controllo, è una antica figura retorica dell’immaginario umano. Lo troviamo negli antichi Greci con Luciano di Samosata, prima ancora nei miti di Prometeo e Dedalo, negli indiani nel Mahabharata, nella cultura ebraica col Golem. Nel 1797 Goethe ci scrive una ballata, nel 1897 un compositore francese la musica: musica e narrazione diventano un corto di Fantasia animato da Disney nel 1940.

Una scena che ritrae topolino nel cortometraggio Disney “L’apprendista stregone” (in “Fantasia”)

Nel 1960, l’inventore della cibernetica, Norman Wiener, scrive su “Science” un articolo che ripete l’angoscioso problema connesso alle tecniche di potenza. Il senso è – in breve -: non iniziare qualcosa che non sai come andrà a finire e che, soprattutto, non sai come controllare. L’intero dibattito su potenzialità, limiti e pericoli dell’A.I. e tutto lo sciame di potenziali innovazioni tecno-scientifiche che sembrano oggi alla portata (nel digitale, a vari livelli di tecnologia, nel cognitivo, nel biologico), verte su questo problema del controllo, della terminazione, del chi, come e quando possa o debba applicare il “principio di precauzione”.

Ma, tornando a Marx, la faccenda vale anche per il sistema di economia moderna

e più in generale, per la strategia inglese di dare alla società umana questo ordinatore per ordinare se stessa da una parte e vincere la sfida adattiva ambientale e storica dall’altra. Come controllare tale strategia adattiva?
Il tutto, possiamo ridurlo al “politico“, ossia alla questione di chi decide l’intenzionalità della società, lì dove il gruppo che è naturalmente associazione di individui, deve farsi egli stesso individuo: decidere una intenzione ed operarla.

Come invitò a fare Luciano Gallino (“Tecnologia e democrazia”, Einaudi 2014), si deve pensare la tecnologia come tecnologia politica e come invitava a fare Marx, si deve considerare l’economia come economia politica perché, come invitava a fare Aristotele, l’uomo in quanto primate mammifero di tradizione sociale, vive in forme associate, quindi in poleis, quindi è animale politico. È come strutturiamo il politico a determinare chi e come controllerà la potenza. E come ricordava di nuovo Aristotele sulla scia di Erodoto, che riferiva di ancor più vecchi discorsi: il politico può rispondere alla sua domanda essenziale su “Chi decide?” solo in tre modi, cioè Uno, Pochi, Molti come approssimazione degli inarrivabili Tutti.

Come riportare l’intenzionalità sociale adattativa ai Molti, è quindi la domanda più ovvia, ma l’ovvio non è sempre il più facile. Perciò, la soluzione principale si configura come il problema principale: come rendere le società davvero democratiche? Tutto il resto è perdere tempo, stante che il tempo è scarso.

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Di Lorenzo Franzoni

Lorenzo Franzoni
Nato nel 1994 a Castiglione delle Stiviere, mantovano di origine e trentino di adozione, si è laureato dapprima in Filosofia e poi in Scienze Storiche all'Università degli Studi di Trento. Nella sua tesi ha trattato dei rapporti italo-libici e delle azioni internazionali di Gheddafi durante il primo decennio al potere del Rais di Sirte, visti e narrati dai quotidiani italiani. La passione per il giornalismo si è fortificata in questo contesto: ha un'inclinazione per le tematiche di politica interna ed estera, per le questioni culturali in generale e per la macroeconomia. Oltre che con Elzeviro.eu, collabora con il progetto editoriale Oltre la Linea dal 2018 e con InsideOver - progetto de il Giornale - dal 2019.

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