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Eltsin, Navalny e gli eroici dissidenti della libera stampa occidentale

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Da qualche settimana il clero mediatico, all’unanimità, ha insignito Navalny del titolo di alfiere della democrazia. Eppure sono diversi i precedenti che suggeriscono di temporeggiare prima di sposare la semplicistica dicotomia “dissidente eroico-oppressore autocratico”: su tutti, quello di Boris Eltsin.

di Andrea Zhok

Il tema del giorno, com’è giusto che sia, è l’alba dell’ennesimo governo tecnico, pilotato da remoto in maniera visibilissima, e che buona parte della popolazione sta già acclamando come salvatore della patria (i giornali dopo tutto a qualcosa servono, no?)

Però, proprio perché questo è il tema caldo, preferisco soffermarmi su un tema freddo, quasi congelato, che però consente con la prospettiva storica di trarre qualche inferenza con maggiore sicurezza. In questi giorni stiamo tutti leggendo o ascoltando i resoconti giornalistici all’ombra del Cremlino che dipingono Alexej Navalny come l’ennesimo eroico dissidente russo.

Ascoltando questi briosi resoconti, sono riemerse alla mente idee e discussioni di una trentina d’anni fa. Non mi interessa dire nulla sulle attuali vicende russe; non ho fonti privilegiate, e dunque tecnicamente non so se Navalny abbia tanto o poco seguito, non so se la sua condanna sia giuridicamente corretta o meno, non so se sia un eroico idealista o uno spregiudicato faccendiere, ecc.

So, come tutti, che Navalny ha un passato che definire torbido è un eufemismo, ma per quanto ne so, potrebbe essersi convertito sulla via di Damasco, e tanto basta. Quello che è chiarissimo, e forse più interessante, è come la situazione viene unanimemente dipinta dall’apparato mediatico italiano (e più in generale dell’Occidente filoamericano).

Il quadro è quello consueto in cui un eroico dissidente russo (il dissidente russo è per definizione eroico) offre il petto alle baionette dell’oppressore autocratico. Il canone su cui si esibiscono gli ensemble di violini mediatici è quello dell’eterna lotta per la libertà di qualcuno che ama i valori dell’Occidente e aborrisce l’oscuro signore dei Sith che siede al Cremlino. Magari è tutto vero e non è in corso alcuna operazione di manipolazione con finalità politiche. Magari.

Io però ricordo simili discussioni di tre decenni fa. Accadeva in quel tempo remoto che l’ex sindaco di Mosca Boris Eltsin, dopo il fallimento del tentativo di golpe contro Gorbacev, salisse su un carrarmato per tenere una concione in cui spartiva equanimemente randellate ai ‘comunisti’ e al riformista Gorbacev, dipinto sostanzialmente come un complice dei golpisti, nonostante (diversamente da Eltsin) fosse agli arresti nella propria dacia.

Ora, le intenzioni politiche e la figura umana di Eltsin erano già perfettamente chiare a chi si fosse preso la briga di prenderne atto. Era un personaggio che si era fatto una fama politica impugnando la bandiera, adorata dai media occidentali, delle privatizzazioni, ed era divenuto su questo tema il principale avversario di Gorbacev, cui imputava di muoversi con troppe remore, ma soprattutto gli imputava di appellarsi ancora nominalmente al comunismo (sia pure riformato).

E com’è come non è, in quei giorni e nei mesi successivi Eltsin divenne il ‘nostro eroe’. Era l’impavido amante della libertà che lottava perché voleva diventare proprio come noi. Voleva anche lui McDonald’s nella Piazza Rossa.

Nella nostra notoriamente libera stampa (mica come quella spietatamente controllata nei regimi autocratici) si succedevano senza sosta panegirici, agiografie e ricordi d’infanzia di Boris Eltsin (ah, il lato umano!). E ricordo, con un’irritazione che tre decenni dopo non è ancora sopita, come a fronte dei miei dubbi verso la figura e le politiche preconizzate da Eltsin, cari e intelligenti amici di sinistra inorridissero.

Per loro non c’era nessun dubbio che, proprio come diceva la TV, Eltsin fosse un eroe della libertà; e non c’era nessun dubbio che, proprio come diceva Eltsin, il tentativo di Gorbacev di mantenere in vita l’URSS e un ordinamento socialista fossero illiberali e dunque ‘regressivi’.

Questa posizione, che poteva magari essere concessa come ingenua base congetturale all’indomani del golpe, continuò poi ad essere sostenuta senza batter ciglio due anni più tardi, quando per abbattere la resistenza della Duma alla sua politica di privatizzazioni, Eltsin, come presidente della Federazione Russa, sciolse il Parlamento in modo sfacciatamente incostituzionale e inviò carrarmati e teste di cuoio contro il palazzo del Parlamento, per sgombrare i resistenti, facendo quasi duecento morti.

Non che non ci fosse un cambiamento di atteggiamento verso Eltsin a fronte di gesti così eclatanti e sgarbati. Il giudizio cambiò da ‘incondizionato entusiasmo per il nostro eroe’ a ‘corrucciata comprensione per le dure necessità cui è chiamato il nostro eroe’. E la sinistra dietro (ovviamente della destra non parlo, perché era su quelle posizioni da sempre).

E quando negli anni successivi Eltsin, sempre più drammaticamente impresentabile, etilista conclamato, vendeva a mazzi l’intero patrimonio pubblico russo, cui avevano contribuito tre generazioni di lavoratori sovietici, a un’accolita di amici di famiglia e faccendieri internazionali, anche allora Eltsin era mediaticamente “il nostro eroe.”

Certo, oramai la sua funzione cominciava ad esaurirsi, e quindi qualche riflessione preoccupata su un capo di Stato con arsenale atomico che barcollava sbronzo sul tappeto rosso di rappresentanza cominciava a trapelare.

Però fino alla fine, fino a quando dopo otto anni abbandonò, lasciando dietro di sé un paese in macerie, in mano a bande mafiose, fino all’ultimo Eltsin è stato il nostro eroe, l’uomo della ritrovata libertà russa. Un uomo forse imperfetto, ma chi non lo è?

Ecco, se oggi qualcuno, magari giovane o magari semplicemente ingenuo, si chiede perché alcuni diffidino delle sirene mediatiche quando incoronano il prossimo eroe della libertà (all’estero come all’interno), ecco la risposta è che molti, ma non tutti, hanno la proverbiale memoria dei pesci rossi.

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Di Redazione Elzeviro.eu

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