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Torino è ancora sotto il monopolio culturale della sinistra

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Il Comunismo, ad accezione della Cina, della Corea del Nord e di Cuba, è ormai soltanto un tetro ricordo del passato, un passato fatto di atroci misfatti, esecuzioni sommarie e pulizie etniche a vari livelli. L’Unione Sovietica, che di questa funesta ideologia fu la bandiera, è stata smantellata a furor di popolo ventisei anni fa e i pochi brandelli del famigerato muro di Berlino restano in piedi come muti testimoni della barbarie che per gran parte del XX° secolo ha dettato legge massacrando e annientando popoli interi sotto il maglio del cosiddetto socialismo reale. Di tutto questo a Torino e dintorni sembra siano ancora in molti  a non essersene paradossalmente accorti, tanto che, come se niente fosse, continua a imperversare nelle scuole, nelle università, nei cosiddetti circoli e associazioni culturali, in certa carta stampata un attaccamento nostalgico, quasi morboso all’ideologia culturale, molto retrò, del pensiero debole leninista-marxista. Basterebbe prendere in mano un qualsiasi testo scolastico di storia, filosofia e letteratura delle superiori, ma il discorso non cambia molto già a livello di scuole medie, per rendersi conto di quanti danni stia ancora facendo l’ideologia di stampo marxista nel tessuto culturale del nostro paese. 

A livello di letture predominano ancora autori del calibro di Antonio Gramsci, Cesare Pavese, Norberto Bobbio, Primo Levi, Natalia Ginzburg fulgidi rappresentanti di certa cultura molto vicina all’area ideologica socialista e marxista, tutti uniti sotto la bandiera di quell’antifascismo che fece danni ancora maggiori rispetto al nemico che si era voluto combattere. Anche in campo artistico gli esempi di artisti appartenenti all’area socialista e marxista non mancano: artisti che sono stati in certi casi osannati e idolatrati solo perché la pensavano in un certo modo, indipendentemente dalle loro vere o presunte doti artistiche. Sarebbe stato infatti interessante vedere quale carriera artistica gli stessi avrebbero potuto fare se fossero appartenuti viceversa all’area ideologica della destra. La pseudo cultura dell’Antifascismo arrivò al punto di esaltare i grandi valori della rivoluzione bolscevica di ottobre fino a fare confluire quella stessa ideologia in un non ben precisato ma…assai inquietante contenitore “democratico”.

Chi scrive si ricorda molto bene di una conferenza tenuta nel lontano 1972 al Liceo Classico Vittorio Alfieri di Torino, udite udite, proprio sull’Antifascismo. In quell’occasione il “fulgido” conferenziere nonché entusiasta rappresentante dell’antifascismo più ottuso, a fronte del mio personale intervento in cui lo criticavo per aver dimenticato di citare tra le potenze fasciste del momento l’Unione Sovietica, si profuse in un’esaltazione dei valori culturali del regime sovietico, un regime che aveva contribuito, a suo dire, alla lotta contro il tiranno dando un esaltante “contributo democratico” alla sua soppressione. Quanto il contributo della Russia comunista fosse democratico, il signore di cui sopra spero lo abbia scoperto diciassette anni dopo quando la popolazione, stanca di decenni di terrore e tirannia, prese a picconate l’immagine del compagno Lenin.

Detto questo fa specie come ancora oggi il clima culturale che si respira a Torino non sia cambiato per niente. Spunto di riflessione ce lo ha dato un manifesto che la  Fondazione per la Cultura di Torino, sotto l’egida del Comune di Torino, ha fatto appendere in varie parti della città e che inneggia ad una sorta di gemellaggio culturale tra la città di Torino e la città di Berlino. Sul manifesto in questione è disegnato un campo di calcio su cui sono schierati i maggiori rappresentanti della cultura delle due città. Ovviamente sulla zona di campo tedesca in nessuna parte, neppure…presso i calci d’angolo, viene menzionato il nome di qualche intellettuale appartenente alla cultura che osò sfidare il regime sovietico contribuendo all’abbattimento di quel maledetto muro. Vi vediamo invece i soliti nomi che imperversano da sempre nella cultura della sinistra come Berthold Brecht, Fassbinder, Willy Brandt,  Rosa Luxemburg, Khate Kolwitz la pittrice degli operai, lo stesso architetto Gropius padre del cosiddetto razionalismo urbanistico e il compositore tedesco Kurt Weill amico di Brecht. Come “corpi estranei” a questa compagnia di intellettuali troviamo, forse perché non se ne poteva fare a meno, Albert Einstein che qualcuno a torto considerò vicino all’ideologia comunista ma che invece fu cofondatore del partito democratico tedesco di matrice liberale, e la grande, immensa Marlene Dietrich.

Dalla parte del campo azzurro-torinese la musica non cambia granché perché, con l’eccezione illuminante di Emilio Salgari e di Luigi Einaudi lontani anni luce dalla cultura socialista, e di Felice Casorati, artista fondamentalmente indipendente e avulso da particolari correnti politiche, gli altri ricalcano quella che fu “l’intellighenzia” culturale del dopo guerra condita da un certo antifascismo militante che, ripetiamo, si rese responsabile proprio nei decenni successivi al conflitto mondiale, di una vera e propria invasione culturale e politica del tessuto sociale italiano. Un’invasione che aveva l’unico scopo di assecondare l’avvento sociale e politico del Partito Comunista Italiano di allora che si presentò agli italiani sotto le mentite spoglie del liberatore dal laccio nazifascista ma che invece, se si fosse affermato, avrebbe portato il paese intero verso lo sfacelo e la dittatura più feroce.

Basta riascoltare i discorsi di Togliatti, allora segretario generale del partito, per rendersi conto di cosa si nascondeva sotto la cenere dell’area culturale antifascista. Guardando appunto la “formazione” scesa in campo in questo confronto con Berlino sembra di essere ripiombati indietro di quarant’anni: nomi come il tanto osannato Mario Merz, Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Antonio Gramsci, Primo Levi, lo stesso Norberto Bobbio e la scienziata Rita Levi Montalcini,stanno a dimostrare come l’aria culturale che si continua a respirare a Torino sia ormai decisamente “vintage” e legata al solito vecchio stereotipo intellettuale duro a morire di certo laicismo ateo e social-comunista. Occorreranno ancora decenni, forse secoli, prima che qualcuno tra gli intellettuali precollinari e collinari della Torino bene che vota e si schiera a sinistra si accorga che qualcosa, grazie al Dio nel quale non credono, è profondamente cambiato.

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Di Roberto Crudelini

Roberto Crudelini
Nato nel 1957. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con Radio Blu Sat 2000 come autore e sceneggiatore dei Giornali Radio Storici, ha pubblicato "Figli di una lupa minore" con Rubettino, "Veni, vidi, vici" e "Buona notte ai senatori" con Europa Edizioni e "Dai fasti dell' impero all'impero nefasto" con CET: Casa Editrice Torinese. Collabora con Elzeviro.eu fin dalla sua fondazione, nel 2011.

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