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Università: siamo nella merda fino al collo, ci conviene camminare a testa alta

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“Quale idea di università?”  È una domanda che in questo particolare periodo storico si sente echeggiare flebilmente, in risposta alla Riforma Gelmini che ha colpito l’intero sistema scolastico e che ha creato uno spartiacque che sta accompagnando sempre più la nostra Università sulla via dell’europeizzazione, uno dei motivi per il quale molti storcono il naso, in quanto si cerca di riprodurre un modello che appartiene a tutt’altra cultura e ad un differente contesto.

Le cosiddette realtà di eccellenza con alte barriere d’entrata, il sistema americano ne costituisce un esempio, sono davvero il modello in cui riporre le nostre speranze?

Molti invocano questa opzione perché lavorare con un basso numero di studenti selezionati presenta meno difficoltà, ma rischia di minare il libero accesso all’istruzione superiore e come accade negli Usa, avrebbe costi proibitivi.

In questo senso, difendere “l’Università per tutti”, non significa solo difendere il diritto allo studio, ma anche provvedere a strutturare la modalità di lavoro al suo interno, per non renderla necessariamente sinonimo di bassa qualità.

L’Università di oggi esige una internazionalizzazione che non ci possiamo permettere, privi di risorse e di speranze come siamo, l’unico metodo didattico possibile e attuabile sembrano essere le lezioni frontali, nelle quali è difficile coinvolgere gli studenti, che si rimettono alle capacità oratorie dei docenti ed essi non sempre sanno coinvolgere la platea.  

La cronica mancanza di fondi inoltre, abbassa la qualità della didattica anche nella sua organizzazione e rende più aspra la “guerra tra favori”  dei professori che se prima non riuscivano ad aprire le porte dei concorsi per i loro pupilli, potevano sempre riprovarci l’anno seguente perchè vi era spazio per tutti. Adesso invece, i posti sono pochi ed è guerra aperta e pure mal celata.
Pesano nel giudicare gli esaminati anche le questioni politiche: se l’unico candidato rappresentante una disciplina non risultasse idoneo in sede di concorso per l’Abilitazione Scientifica Nazionale, quella stessa disciplina smetterebbe di essere insegnata e da ciò consegue necessariamente la concessione dell’idoneità ad esso per la salvezza della materia.

Nello sfaldarsi progressivo della nostra Università, una grossa responsabilità può essere ricondotta alle vecchie generazioni di docenti ordinari che si pongono in una estenuante difesa delle tradizioni, in alcuni casi senza neppure rispettarle.

Professori che, nella maggioranza dei casi, non sono mossi da passione alcuna per l’insegnamento e si limitano a esplicare nozioni, dogmi, riducendo l’insegnamento a conoscenza teologica e apoditticamente indiscutibile. 

Lo studente dei nostri giorni, non arriva alla conoscenza attraverso un percorso di ricerca, che sarebbe molto più efficace di una esposizione schematica elevata a verità assoluta, che non sviluppa intelligenza bensì solo intelletto.

Sarebbe “tra l’altro, lezione di modestia, che evita il formarsi della noiosissima caterva di saputelli, di quelli che credono aver dato fondo all’universo quando la loro memoria felice è riuscita a incasellare nelle sue rubriche un certo numero di date e nozioni particolari”, direbbe Antonio Gramsci. 

Sono i docenti a rendere pessimi gli studenti e non viceversa, attraverso un percorso d’insegnamento che inizia dalle scuole primarie e che mal plasma le giovani menti verso l’apprendimento, l’approfondimento e l’amore per esso. 

Oggi gli studenti inseguono il “sapere dell’utile”, la preparazione scolastica ai soli fini dell’occupazione lavorativa, guardano all’Università come “post-scuola”, un luogo transitorio, paragonabile ad una fermata della metropolitana.
Per questo forse, le fermate della metro sono in genere sporche e indifese, d’altronde sono solo luoghi di passaggio.

Le cause di tutto ciò non sono solo riconducibili al costante disinteresse all’approfondimento da parte degli studenti, tra cui vige scarsa informazione (la maggior parte di essi non sa che gli assistenti non esistono più dagli anni ’80), ma sono sopratutto sistemiche.

L’Università che le nuove generazioni conoscono è quella da fabbrica in piena rivoluzione (anche se in involuzione), industriale: la regola suprema, richiesta a ricercatori, dottorandi e studenti è “produrre” e farlo in tempi molto ristretti, secondo un malinteso concetto di efficenza. O stai al passo, o sei fuori. Una istituzione a cui è richiesto di sputar fuori personale specializzato da inserire nel mondo del lavoro. Ma che succede quando essa non è collegata in modo ottimale con i settori lavorativi?

Con una Università spersonalizzata, che lascia gli studenti in balia di se stessi (come avviene nel caso della redazione della tesi) e che insegue sempre più il mercato, succede dunque che esso si accolli mano d’opera gratuita.

I precari di oggi, sono le prime generazioni a lavorare con il meccanismo del turn over che li relega per anni in condizioni di assoluta incertezza, costretti a inseguire un numero impossibili di pubblicazioni lasciando, loro malgrado, la didattica necessariamente spelacchiata. Questo a nessuno pare interessare, istituzioni governative comprese.

Ma l’Università non era un bene pubblico? Di un pubblico disinteressato, che non capisce che essa costituisce una parte fondamentale della nostra società, non solo per chi la frequenta, ma per tutti, perché è questa la sorgente

da cui nascono le acque che potranno un giorno dissetare la nostra sete di soluzioni. 

Che piaccia o meno, questa Università è quella di massa, una conquista che ha il suo prezzo e che le nostre generazioni stanno pagando con scarsa occupabilità e test d’ingresso inegualitari, per persone con trascorsi scolastici differenti e differente preparazione. Non dovrebbe dunque essere applicato il principio di eguaglianza legislativo, che invita a “trattare in modo diverso situazioni diverse”?

Non spaventatevi, ci stanno pensando le nostre istituzioni a circoscrivere questa piaga, attraverso una privatizzazione molecolare e strisciante dei singoli Dipartimenti (ovvero le ex facoltà), senza toccarne il contenitore esteriore e rendendola perciò silenziosa e inosservata. Privatizzazione che inoltre, intende colpire anche un settore come quello dei trasporti urbani; il modello liberale si sa, è adatto ai Paesi che se lo possono permettere ed il nostro non è fra questi.

Benvenuti dunque al desolato funerale delle nostre facoltà (perfino di reazione e scelta) e al battesimo dei Dipartimenti.
Prendete posto a sedere e che sia in prima fila, di modo che possiate vedere meglio questa carcassa morta ormai nauseabonda e quel neonato confuso, urlante, farsela addosso. Buona visione! 

Un ringraziamento particolare a tutti i docenti, ricercatori e studenti che abbiamo intervistato e che ci hanno raccontato le loro esperienze.

Allegra Romana

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Di Redazione Elzeviro.eu

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