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Monsieur Nibali bienvenu a Paris!

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Dopo una carestia durata sedici anni i Campi Elisi si colorano nuovamente di azzurro grazie alla “pulce” di Messina.

 

L’Italia intera brinda al trionfo di Vincenzo Nibali, nella corsa ciclistica più prestigiosa del mondo, un vero a proprio campionato del mondo delle corse a tappe da sempre incredibilmente ostico e indigesto per i nostri colori. L’ultima volta in cui si è sentito l’Inno di Mameli dalle parti dell’Arco di Trionfo è stato la bellezza di ben sedici anni fa con il grande e compianto Marco Pantani e prima ne erano passati altri 23 da quando il nostro Felice Gimondi diede lustro al suo stesso nome di battesimo incoronandosi Le Roi del Tour nell’ormai lontano 1965.

 

Ieri faceva un certo effetto vedere le nostre bandiere sventolare festanti in terra di Francia mentre anche i Francesi rendevano omaggio al nostro più grande ciclista degli ultimi anni. Il piccolo grande-grandissimo uomo è riuscito a dominare il suo Tour tenendo a bada tutti i suoi inseguitori con una tattica perfetta, impostata da subito con la voglia, la speranza, diventata poi certezza, di vincere: un trionfo impostato prima a tavolino come unico risultato possibile e irrinunciabile. Una feroce determinazione che solo i grandi campioni sanno avere proprio perchè  fa parte del loro codice genetico. Vedere Nibali salire con l’agilità di uno stambecco su per i bricchi, e che bricchi…, dall’Izoard fino al Tourmalet, e staccare il resto del mondo ci ha inorgoglito e fatto ritornare non solo ai tempi di Gimondi e Pantani ma a quelli aurei di Bartali e Coppi e…scusate se è poco.

 

Nibali, trionfando in terra di Francia, è entrato di diritto anche nel ristretto e glorioso club di quelli che hanno saputo vincere il grande slam e cioè la Vuelta, il Giro e il Tour, in compagnia di gente del calibro di Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault e l’ultimo, Contador. Il trionfo di ieri potrebbe anche essere foriero di un’insperabile inversione di tendenza verso più decise affermazioni oltralpe, un’inversione di tendenza che riporterebbe il nostro ciclismo verso le più alte atmosfere che gli competono e che, non si sa bene perché, erano state negli ultimi cinquantanni snobbate dall’intero movimento ciclistico nostrano con le due sole parentesi, quasi commoventi, di Gimondi e di Pantani. Perché se è pur vero che nelle statistiche il Tour è stato vinto un maggior numero di volte dai Francesi, così come la Vuelta dagli Spagnoli e il Giro dagli Italiani, è altrettanto vero che i nostri ciclisti da sempre hanno avuto con il giro francese un rapporto conflittuale francamente poco inquadrabile e altrettanto scarsamente interpretabile.

 

Diciamo che forse i ciclisti nostrani hanno preferito da sempre concentrare la loro preparazione per cercare di vincere esclusivamente il Giro d’Italia lasciando colpevolmente nelle retrovie la Vuelta e soprattutto la corsa gemella d’Oltralpe. Questo era, fino a ieri, dovuto ad una mentalità forse provinciale, forse sparagnina e anche un po’ timorosa dura a morire, una mentalità che, dopo cinquant’anni di quasi totali digiuni, Nibali ha saputo spazzare via in un colpo solo ridando alle nostre due ruote quella dignità e quella gloria che un po’ distrattamente, ma anche colpevolmente, si erano un po’ perse per strada. In casa  Nibali si parla anche di futuro e non è escluso, conoscendo l’uomo, che il prossimo anno verrà di nuovo da queste parti con tutte le buone intenzioni di difendere ancora questa maglia gialla che così orgogliosamente ha continuato a vestire con la…consequenziale semplicità di chi sa semplicemente di essere il più forte. Glielo auguriamo di tutto cuore non solo per lui ma anche per…noi: perché il ciclismo italiano ha bisogno di gente come lui, come Pantani e come un tempo Coppi. Siamo fatti così, abbiamo bisogno del mito, dell’eroe, dell’uomo che sappia trasformare in leggenda ogni pedalata in salita rendendo icona ogni goccia di sudore stillata in nome e per conto della nostra patria: terra di eroi, di naviganti ma anche di…ciclisti, chapeau monsieur Nibali!

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Di Roberto Crudelini

Roberto Crudelini
Nato nel 1957. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con Radio Blu Sat 2000 come autore e sceneggiatore dei Giornali Radio Storici, ha pubblicato "Figli di una lupa minore" con Rubettino, "Veni, vidi, vici" e "Buona notte ai senatori" con Europa Edizioni e "Dai fasti dell' impero all'impero nefasto" con CET: Casa Editrice Torinese. Collabora con Elzeviro.eu fin dalla sua fondazione, nel 2011.

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