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Kabul: la ritirata senza gloria

Afghan Taliban militants stand with residents as they took to the street to celebrate ceasefire on the second day of Eid in the outskirts of Jalalabad on June 16,2018. - Taliban fighters and Afghan security forces hugged and took selfies with each other in restive eastern Afghanistan on June 16, as an unprecedented ceasefire in the war-torn country held for the second day of Eid. (Photo by NOORULLAH SHIRZADA / AFP) (Photo credit should read NOORULLAH SHIRZADA/AFP/Getty Images)

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Nell’“addio alle armi” degli eserciti occidentali in Afghanistan i media italiani ma anche i nostri Comandi militari hanno dato il meglio di sé.

di Massimo Fini

Ma mentre i Comandi avevano almeno l’attenuante di dover in qualche modo giustificare un’operazione sciagurata, devastante e in definitiva criminale, durata oltre vent’anni e finita nella più disonorevole delle sconfitte, quest’obbligo la libera stampa, se fosse tale, non l’aveva.

È stata fatta un’incredibile confusione, non si capisce se volontaria o per ignoranza, ma in questo secondo caso sarebbe ancora peggio, fra Talebani, Al Qaeda, Isis. I Talebani con Al Qaeda, Bin Laden e gli attentati alle Torri Gemelle non avevano e non hanno nulla a che fare. Bin Laden i Talebani se lo sono trovati in casa quando il Mullah Omar, nel 1996, prese il potere.

Ce lo aveva portato, dal Sudan, il nobile Massud, molto appoggiato dalla stampa occidentale come se in Tagikistan la condizione della donna fosse diversa da quella che c’era nell’Emirato islamico d’Afghanistan (il nome dato dal Mullah Omar al suo Stato), perché lo aiutasse a combattere un altro “signore della guerra”, Gulbuddin Hekmatyar.

Il Mullah Omar non aveva nessuna considerazione di Bin Laden

lo definiva un “piccolo uomo”, ma doveva tener conto che il Califfo saudita, con le sue ricchezze personali, aveva contribuito a costruire strade, ponti, case, cioè quello che avremmo dovuto fare noi, e godeva di un certo prestigio fra la popolazione.

Ma quando Bill Clinton gli propose di far fuori Bin Laden, Omar si disse favorevole e mandò il suo ministro degli Esteri, Wakil Muttawakil, a Washington per trattare la cosa, che gli interessava perché gli americani nel tentativo di colpire Bin Laden stavano bombardando a tappeto la regione di Khost senza raggiungere l’obiettivo ma uccidendo centinaia di civili afghani.

Ci furono due incontri a Washington nell’inverno del 1998. Attraverso Muttawakil il Mullah Omar fece due proposte: o sarebbero stati i talebani a dare al Pentagono la posizione esatta in cui si trovava Bin Laden o gli americani avrebbero fornito i missili necessari ai Talebani per a sbrigare la faccenda.

Ma pose una condizione

In un caso o nell’altro l’omicidio di Osama dovevano attribuirselo gli americani senza coinvolgere il governo talebano. Alla fine Clinton, che pur era stato il latore della proposta, si tirò indietro e non si è mai saputo il perché. Questi sono documenti del Dipartimento di Stato Usa dell’agosto 2005.

Ora, i colleghi hanno tutto il diritto di ignorare quello che scrivo io, che posso essere invitato dall’Università di Kyoto per tenere una conferenza su “Americanismo e antiamericanismo. IL ruolo dell’Europa”, ma non da Lilly Gruber, però documenti ufficiali di questa importanza avrebbero almeno il dovere di leggerli. Comunque è stato chiarito in modo definitivo che la dirigenza afghana, cioè talebana, dell’epoca, era del tutto all’oscuro degli attentati dell’11 settembre.

E il Washington Post e il New York Times, meno servili verso il governo americano dei media italiani, hanno denunciato che l’attacco all’Afghanistan era stato progettato sei mesi prima dell’11 settembre per prendere in quel paese il posto che era stato dell’Unione Sovietica.

Perché il Mullah Omar non consegnò Bin Laden

agli Stati Uniti che lo avevano richiesto? Omar chiese agli americani di fornire delle prove o quantomeno degli indizi consistenti che Osama era effettivamente alle spalle degli attentati dell’11 settembre. Gli americani risposero arrogantemente: “le prove le abbiamo date ai nostri alleati”.

Il Mullah replicò che a quelle condizioni non poteva consegnare un uomo che era comunque sul suo territorio. Come avrebbe fatto qualsiasi altro capo di stato. In realtà come non avrebbe fatto qualsiasi altro capo di stato perché nessuno avrebbe avuto il coraggio di giocarsi il potere e la vita per una questione di principio. Ma il Mullah Omar, qualsiasi cosa si voglia pensare di lui, era un uomo di principi come ha dimostrato in tutta la sua vita.

Ancora più grottesca è la confusione fra Talebani e Isis

C’è una ‘lettera aperta’, e quindi da tutti verificabile, del 2015 del Mullah Omar diretta ad Al Baghdadi in cui gli intima di non tentare di penetrare in Afghanistan perché, dice, la nostra è una guerra di indipendenza che non ha nulla a che fare con i tuoi deliri geopolitici. E aggiunge “tu stai dividendo pericolosamente il mondo musulmano”.

Il che vuol dire che il Mullah Omar, pashtun e sunnita, come quasi tutti i suoi seguaci, non vedeva di buon occhio la storica divisione fra sunniti e sciiti e non per nulla durante i sei anni del suo governo la consistente minoranza sciita in Afghanistan non fu minimamente toccata.

Nell’Afghanistan del Mullah Omar tutti erano uguali davanti alla legge, sia pur la dura legge della Sharia. Comunque sia gli unici a combattere l’Isis in Afghanistan sono stati proprio i Talebani. E se finora non sono riusciti a sconfiggere i guerriglieri dello Stato Islamico è perché contemporaneamente dovevano tener testa agli occupanti e all’esercito “regolare” del quisling Ashraf Ghani. Sbarazzatisi dei primi e fra non molto anche del secondo si sbarazzeranno anche dell’Isis.

Non è del tutto vero che nell’Afghanistan talebano

le donne non avessero il diritto di studiare, tasto su cui si batte ossessivamente in Occidente. Le cose stanno in modo un po’ diverso. In un decreto talebano è scritto: “nel caso sia necessario che le donne escano di casa per scopi di istruzione, esigenze sociali o servizi sociali (…)”.

Il fatto è che i Talebani, nella loro indubbia sessuofobia, non volevano solo che fossero divise le aule fra ragazzi e ragazze (come del resto era anche da noi negli anni Sessanta, dove le classi miste erano rare) ma che gli edifici che ospitavano gli uni e le altre fossero separati e ben lontani fra di loro. Ma, impegnati da Massud che non accettava la sconfitta (cosa che è all’origine della sua tragica, e direi anche vile, decisione di appoggiare l’invasione americana) non ebbero il tempo di costruirli. Avevano altre priorità. Si può anche capirli.

È ancora più falso che i Talebani fossero appoggiati militarmente dal Pakistan o quantomeno dai suoi servizi segreti, l’ISI. Il Pakistan, fra l’altro alleato degli Stati Uniti, si limitò ad un aiuto diplomatico riconoscendo l’Emirato islamico d’Afghanistan e, all’inizio, a ricostruire la rete radiofonica distrutta dai Sovietici. Peraltro il più devastante attacco militare alle popolazioni tribali, afghane e pakistane, che vivono nella valle di Swat fu condotto dall’esercito pakistano, teleguidato dal generale David Petraeus.

Due milioni di profughi, in due giorni

(il Corriere della Sera titolò “Un milione in fuga dai Talebani”, invece erano in fuga dall’esercito pakistano). Se i Talebani avessero avuto l’appoggio dell’ISI sarebbero stati in possesso di missili terra-aria Stinger che convinsero i Sovietici ad abbandonare il campo (“Quando vedemmo che cominciavano a cadere gli elicotteri e gli aerei decidemmo di abbandonare l’Afghanistan”).

Parlando a RadioTre Gianni Riotta ha definito positiva l’operazione occidentale in Afghanistan. L’occupazione occidentale dell’Afghanistan è stata ancor più devastante di quella sovietica. I sovietici hanno fatto gravi danni materiali, ma non si erano messi in testa, a differenza di quanto abbiamo fatto noi, di corrompere gli afghani a suon di dollari per portarli dalla nostra parte.

Quando non era diventato ancora presidente dell’Afghanistan, al posto dell’indifendibile Karzai, Ashfar Ghani, medico che ha fatto il dottorato alla Columbia University, che ha insegnato per otto anni a Berkley e alla John Hopkins, che è stato funzionario della Banca Mondiale, e quindi non sospettabile di simpatie talebane, disse: “Nel 2001 eravamo poveri ma avevamo la nostra moralità. I miliardi di dollari che hanno inondato il Paese ci hanno tolto l’integrità, la fiducia l’uno nell’altro”.

Riotta ha anche affermato che la nostra occupazione

è stata determinante per la ricostruzione dell’Afghanistan. Se proprio non vuol leggersi l’ultimo capitolo del mio libro Il Mullah Omar (tra l’altro, curiosamente, il solo libro italiano, in vent’anni, sulla questione afghana) intitolato Come si distrugge un Paese, si vada a leggere per lo meno Caos Asia (2008) dello scrittore pakistano Ahmed Rashid, il maggior esperto delle questioni dell’Asia centrale.

Riotta punta il dito sul fatto che l’Afghanistan è oggi il maggior esportatore mondiale di stupefacenti. Vero. Ma si dimentica di ricordare che fu proprio il Mullah Omar a proibire nel 2000/01 la coltivazione del papavero e a stroncare così il commercio dell’oppio, che cadde quasi a zero, cosa che no è mai riuscita a nessun né in Afghanistan né altrove.

In Afghanistan noi italiani ci siamo comportati da alleati fedeli come cani degli Stati Uniti, seguendoli sino alla fine, ma allo stesso tempo, come sempre, sleali. Fin dall’inizio abbiamo fatto questo accordo con i comandanti talebani: loro non ci avrebbero attaccato e noi avremmo solo fatto finta di controllare il territorio (e questo spiega il numero relativamente basso di morti, solo 31 in combattimento, rispetto agli altri contingenti).

Il nostro ministro della difesa Guerini

ha affermato che era nostro dovere di alleati Nato stare con gli americani fino alla fine. Anche questo è un falso: gli olandesi, che pur si erano battuti bene, hanno lasciato l’Afghanistan nel 2010 senza che questo avesse minimamente ripercussioni sull’alleanza atlantica.

All’epoca l’Emirato ringraziò il governo e il popolo olandese per questa decisione. L’accordo con i Talebani si fece quasi da subito:

Quando nell’aprile del 2003 il primo gruppo di alpini della Taurinense si installa nella base di Khost, dando il cambio agli americani, il brigadiere generale Giorgio Battisti, che ne è capo, capisce subito che aria tira.

E, attraverso un intermediario italiano di una ong presente della zona, chiede un incontro con il comandante talebano del luogo, Pacha Khan (…) l’accordo viene trovato quasi subito: gli alpini faranno solo finta di controllare la zona e i Talebani li lasceranno tranquilli, limitandosi a qualche azione dimostrativa per non insospettire gli alleati anglosassoni. (Il Mullah Omar).

Tanti furono gli accordi felloni di questo tipo

Il più clamoroso viene a galla nel 2008 a Sorobi. I militari francesi sostituiscono quelli italiani che però non li avvertono dell’accordo sotterraneo con i Talebani. Poiché la zone è stata fino allora tranquilla i francesi non adottano le consuete precauzioni e, attaccati di sorpresa dai Talebani, subiranno la peggiore sconfitta dei cugini d’Oltralpe in Afghanistan.

Nel 2002, quando Hamid Karzai diventa presidente dell’Afghanistan, sotto il diretto controllo Usa, la rivista Time mette la sua fotografia in copertina eleggendolo come “uomo più chic del mondo”. È con questa superficialità da stilisti che siamo andati in Afghanistan. Ed è per questa superficialità che abbiamo giustamente, molto giustamente, perso la guerra.

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