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Inizia la guerra di Trump contro l’Iran

L’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani in un attacco con droni ordinato dal presidente Donald Trump verrà probabilmente visto dagli storici come un catalizzatore paragonabile all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando.

Il 28 giugno 1914, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austro-ungarico, fu assassinato da cospiratori serbi che cercavano la secessione degli slavi dall’impero. L’Austria-Ungheria rispose con un ultimatum alla Serbia e, poco dopo, dichiarando guerra al regno slavo. Un’alleanza del 1892 voluta dai francesi e stipulata con la Russia zarista imponeva la mobilitazione in caso di azione militare da parte di qualsiasi membro della Triplice Alleanza composta da Germania, Austria-Ungheria e Italia.

Di conseguenza, l’assassinio di Francesco Ferdinando scatenò una reazione a catena che, in brevissimo tempo, fece precipitare l’Europa nell’inferno disumano della prima guerra mondiale. L’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani in un attacco con droni ordinato dal presidente Donald Trump il 2 gennaio 2020, sarà probabilmente visto dagli storici, a ben vedere, come un catalizzatore comparabile, anche se con conseguenze ancora più catastrofiche.

Persino un assassinio americano

del leader supremo Ayatollah Ali Khamenei non avrebbe innescato il tipo di ritorsione che tutti dovrebbero aspettarsi nei prossimi giorni dall’Iran e coloro che gli sono vicini.

Il generale Soleimani (sessantadue anni) era il capo della forza iraniana Qods, l’ala d’élite del Corpo della Guardia della Rivoluzione Islamica (IRGC). “Haj Qassem” proveniva da una povera famiglia di contadini nella provincia iraniana di Kerman. Ha trascorso la sua giovinezza come operaio edile pagando i debiti di suo padre.

Veterano decorato della guerra Iran-Iraq, nelle sue rare interviste, parlava malinconicamente di voler essere martirizzato in modo da poter ricongiungersi ai suoi amici e compagni caduti, Soleimani si rifiutava di indossare protezioni o persino un giubbotto antiproiettile quando comandava la Forza Qods nelle sue numerose battaglie contro l’ISIL e gli altri combattenti islamici sunniti in Iraq e Siria.

Sebbene rinomato per la sua umiltà

nel dicembre 2017, Soleimani ha rifiutato persino di aprire una lettera del capo della CIA che gli era stata consegnata a mano. Fu in quel periodo che la rivista Time nominò Soleimani tra le prime 100 figure più influenti al mondo, descrivendolo come un “James Bond” ed un “Erwin Rommel” per gli “sciiti del Medio Oriente”. Foreign Policy lo nominò tra i “pensatori globali” più influenti e “il generale più potente in Medio Oriente oggi”.

Sulla scia del suo assassinio, il generale Soleimani è stato caratterizzato come il secondo uomo più potente della Repubblica islamica dell’Iran. Tuttavia, la verità è che nemmeno l’assassinio americano del leader supremo Ayatollah Ali Khamenei avrebbe innescato il tipo di ritorsione che tutti dovrebbero aspettarsi nei prossimi giorni dall’Iran e da coloro che gli sono vicini.

A differenza del leader supremo, il generale Soleimani era ampiamente visto come un eroe nazionale dagli iraniani in tutto lo spettro politico. Perfino quei patrioti che si oppongono con più veemenza all’ideologia islamica dell’attuale regime iraniano hanno nutrito nei loro cuori una furtiva ammirazione per “Sardar Soleimani”.

È probabile

che il suo martirio realizzi ciò che a malapena può essere concepito come conseguenza della morte di qualsiasi altro leader iraniano: la solidarietà contro l’aggressione straniera di fazioni religiose e nazionaliste che finora si erano combattute e amareggiate reciprocamente.

La reazione al di fuori dell’Iran sarà probabilmente ancora più veemente. Dopo che il rovesciamento americano di Saddam Hussein e l’invasione americana dell’Iraq nel 2003 hanno aperto un vuoto di potere in Medio Oriente che è stato rapidamente colmato dall’ascesa dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), è stato Soleimani a guidare la Resistenza sciita araba contro l’ISIL in Iraq e Siria. Ha svolto un ruolo chiave nell’unificazione delle milizie sciite irachene nell’organizzazione ombrello Hashd al-Shaabi o nelle “Forze di mobilitazione popolari”.

Il leader del gruppo, Abu-Mahdi Al-Muhandis, si trovava nello stesso veicolo con Soleimani vicino all’aeroporto di Baghdad quando i due sono stati uccisi nell’attacco con droni voluto da Trump. Fu Hashd al-Shaabi ad organizzare le proteste contro la continua occupazione americana dell’Iraq fuori dall’Ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad il 31 dicembre 2019, che il presidente Trump ha usato come casus belli per assassinare Soleimani e Muhandis.

Quando il presidente Obama

e il segretario di Stato Clinton hanno incoraggiato il nascente califfato destabilizzando il regime di Bashar al-Assad in Siria, anche l’azione di Soleimani si è approfondita da Baghdad a Damasco. Ha lavorato a stretto contatto con gli Hezbollah libanesi, che lo ammirano ardentemente come i combattenti arabi che comandava in Iraq e Siria.

In effetti, la prima risposta significativa all’assassinio di Soleimani è stata una dichiarazione della milizia Hezbollah che intende vendicarsi attaccando tutte le basi americane nella regione. Israele è andato in piena preparazione alla guerra come risposta a questa minaccia.

È un segreto ben noto che gli israeliani abbiano avuto più di un’opportunità di assassinare Soleimani mentre stava operando in Siria, ma furono messi in guardia dal farlo dall’esercito e dai funzionari dell’intelligence degli Stati Uniti che avevano immaginato la catastrofica escalation che sarebbe derivata da questo atto di guerra.

Per le stesse ragioni, l’ordine di Trump è già ampiamente criticato dagli analisti geopolitici e condannato da alcuni membri del congresso americano.

Quest’ultimo non dovrebbe sorprendersi

del fatto che il suo esclusivo potere costituzionale di dichiarare guerra sia stato indebolito. Questo è esattamente il genere di cose che la designazione dell’IRGC come organizzazione terroristica da parte del segretario di Stato Mike Pompeo avrebbe dovuto facilitare. Sotto l’autorizzazione del 2001 dell’uso della forza militare nella guerra globale al terrorismo approvata dal Congresso dopo l’11 settembre, il presidente degli Stati Uniti è investito dell’autorità di colpire “terroristi” ovunque e in qualsiasi momento.

Non importa che quindici dei diciannove dirottatori dell’11 settembre fossero sauditi che agivano con il sostegno di élite all’interno del regime dell’Arabia Saudita, il più stretto alleato musulmano d’America e il più grande avversario regionale dell’Iran.

Non importa che, sulla scia dell’11 settembre, il generale Soleimani fosse tra i funzionari iraniani che si erano offerti volontariamente di collaborare con gli Stati Uniti nelle operazioni militari contro i talebani e Al Qaeda in Afghanistan.

Non importa che l’Iran abbia revocato quell’offerta basata sulla buona volontà solo dopo che l’America ha inteso colonizzare l’Iraq, una regione che è stata il distretto della capitale dell’Iran per oltre mille anni durante tre successivi imperi persiani. Baghdad o Bogh-Dâd è un antico nome persiano, che significa “dato da Dio” o “giustizia di Dio”. Anche dopo l’avvento dell’Islam, la maggior parte dell’ “Iraq” ha fatto parte dell’Iran sciita fino al 1750 circa.

È probabile che nel prossimo futuro

una bandiera iraniana sventolerà su quella città originariamente persiana. Il fatto che i manifestanti presso l’ambasciata americana a Baghdad siano riusciti a farsi strada attraverso numerosi posti di blocco e nel cuore della presunta “zona verde” stabilita dai colonizzatori americani attesta la profondità e l’ampiezza dell’influenza iraniana all’interno del governo iracheno. Hashd al-Shaabi, la coalizione della milizia che ha organizzato le proteste, è composta da sciiti iracheni così devoti che durante la guerra Iran-Iraq hanno disertato dalla parte dell’Iran e combattuto per la Repubblica islamica contro Saddam Hussein.

La maggior parte del governo iracheno dominato dagli sciiti, eletto democraticamente dopo il rovesciamento americano di Saddam nel 2003, è composto da politici iracheni che hanno trascorso gli anni ’80 e ’90 vivendo sotto asilo politico in Iran e stringendo stretti rapporti di lavoro con l’élite teocratica iraniana. Gran parte di questa élite teocratica iraniana, a sua volta, è nata o cresciuta nelle città sante sciite come Najaf e Karbala che si trovano nello stato-nazione artificiale dell’ “Iraq”.

Appena una settimana prima

dell’assassinio di Soleimani e Muhandis, il numero del 27 dicembre di Newsweek pubblicava una drammatica storia di copertina intitolata “Se l’Iran cade, l’ISIS potrebbe tornare in auge”.  L’articolo identifica giustamente l’Iran come la forza principale che resiste all’ascesa del desiderato Califfato fondamentalista sunnita.

Ciò che Newsweek non ha il coraggio di ammettere è che l’ISIS – o DAESH come preferisco chiamarlo (per rispetto dell’antica dea egizia) – è stato effettivamente creato, armato e finanziato dagli Stati Uniti e dal suo principale alleato regionale, l’Arabia Saudita.

Questo mostro di Frankenstein

del complesso militare-industriale americano non solo ha condotto un genocidio di minoranze etniche e religiose in Iraq e in Siria, ma ha anche tentato di cancellare il patrimonio artistico e architettonico iraniano pre-islamico distruggendo, perforando e dinamizzando i monumenti “pagani” a Ninive, Mosul e Palmira – città che avevano fatto parte degli imperi achemenidi, partici e sassanidi dell’Iran.

Lontano dalla grottesca caricatura promulgata dai media americani, le milizie sciite guidate effettivamente da Soleimani e Muhandis in Iraq non erano semplicemente gruppi di fanatici settari. Hashd al-Shaabi includeva cristiani arabi e persino curdi Yezidi, e il generale Soleimani salvò ripetutamente i curdi dell’Iraq settentrionale (che sono etnicamente iraniani) dall’oppressione genocida di DAESH, indipendentemente dal fatto che fossero sunniti, sciiti o persino yezidi “satanisti”.

L’articolo di Newsweek è sul pezzo

quando conclude che un tentativo guidato dagli americani di attuare un cambio di regime rovesciando la Repubblica islamica non solo paralizzerebbe la principale forza di resistenza a DAESH, permettendo al Califfato di riprendersi, ma aprirebbe la strada a DAESH per le operazioni all’interno di un Iran sempre più balcanizzato. Le minoranze sunnite nel Khuzestan (o come questi arabi lo chiamano “Al-Ahwaz”), le regioni del Kurdistan e del Baluchistan ai confini occidentali e sud-orientali dell’Iran tenterebbero la secessione dalla “Persia” e trasformerebbero i loro territori in paradisi per i terroristi sunniti.

Gli elementi militanti anti-persiani all’interno di queste minoranze sono stati a lungo i favoriti dei sostenitori neocon per il cambio di regime in Iran, come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti John Bolton. Nonostante il licenziamento di Bolton, hanno svolto un ruolo significativo nel fomentare le violente rivolte che hanno scosso l’Iran a metà novembre del 2019.

Questi ribelli hanno pilotato proteste con fino a 200.000 iraniani contro un aumento dei prezzi del carburante (o un taglio dei sussidi statali per la benzina), misura che aveva lo scopo di salvare l’economia iraniana dalle sanzioni paralizzanti di Trump. Quando il regime ha spento gli incendi, 731 banche e 140 edifici governativi erano risultati distrutti da incendiari. Dei 1.500 manifestanti uccisi, molti sono stati colpiti da sospetti agenti provocatori o cecchini nascosti. Il MEK, il movimento dei Mojahedin Iraniani del Popolo, di ispirazione islamista-marxista, del quale John Bolton è stato un lobbista, ha ammesso il suo ruolo nei disordini, ma senza dubbio hanno avuto un ruolo significativo anche i ribelli armati sunniti.

Funzionari del governo

hanno intercettato numerose forniture di armi che venivano introdotte clandestinamente nel Paese per provocare una “sirianizzazione” dell’Iran. Ma l’Iran non è un’altra Siria, figuriamoci un altro Iraq.

“Iraq” e “Siria” sono, come la maggior parte dei Paesi del mondo islamico, Stati totalmente artificiali progettati dai colonialisti europei. L’Iran è una nazione coesa da 3000 anni, che ha dominato il Medio Oriente e l’Asia centrale nel corso di quattro imperi persiani, con il primo fondato dagli achemenidi nel 500 A.C. e l’ultimo nato nel 1500 d.C. sotto i safavidi. L’ultimo di questi imperi, l’Iran safavide, fonde l’identità nazionale iraniana con la spiritualità sciita in un modo che ha cementato il ruolo dell’Iran all’interno della regione come bastione della resistenza contro il concetto di califfato dei musulmani sunniti – un ruolo che l’Iran ha iniziato a svolgere sul serio quando, nel XII secolo, l’Ordine degli Assassini ha combattuto il Califfato difendendo contemporaneamente i propri territori, compresi quelli dell’attuale “Iraq” e “Siria” contro i crociati occidentali.

La Repubblica islamica dell’Iran

sarebbe molto più resiliente di fronte ad uno sforzo armato di cambio di regime di un Bashar al-Assad della Siria. Assad stesso non è altro che un cliente dell’Iran. La cosiddetta “opposizione” iraniana consiste in una varietà di fazioni afflitte da contrasti rabbiosi, privi di legittimità, organizzazione, competenza e visione.

Molti di loro sono fuorilegge traditori. Coloro che non sono sostenitori della balcanizzazione dell’Iran sono nel libro paga della CIA, del MOSSAD o dei sauditi, tutta gente che vuole ottenere un rimasuglio neutralizzato di Stato “Persia” dal cadavere mutilato di qualsiasi nazione iraniana che sia capace di resistere al neoliberismo, al sionismo e al wahabismo.

Gli attacchi iraniani

con i droni che il 14 settembre 2019 hanno incapacitato la metà della produzione di petrolio saudita, di cui la forza sciita iraniana nello Yemen era disposta ad assumersi la responsabilità, sono solo un indizio di ciò che l’Iran potrebbe scatenare in tutto il mondo islamico se dovesse affrontare una minaccia esistenziale.

Nessun uomo incarnava e riassumeva la portata transnazionale ed extra-territoriale dell’Iran nelle regioni sciite del mondo islamico più del generale Qassem Soleimani. Assassinando Haj Qassem, Trump ha dichiarato guerra non solo all’Iran, ma anche all’Iraq sciita, alla Siria, al Libano e allo Yemen.

Come nel caso dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, è probabile che questo atto di guerra catalizzi un conflitto internazionale che alla fine diventerà globale nella sua portata di distruzione. È quel crogiolo o fucina infuocata che consente alla eufemisticamente velata “Guerra globale al terrorismo” di rivelare la sua vera forma come Terza Guerra Mondiale.

Ciò si rivelerà, per sangue e risorse, come la guerra più costosa che gli americani abbiano mai intrapreso nella breve storia degli Stati Uniti. Potrebbe persino rivelarsi per gli Stati Uniti ciò che è stata l’invasione dell’Afghanistan per l’Unione Sovietica: un presagio di sventura, declino terminale e disintegrazione. Scommetto che dall’altra parte di questa guerra, l’orgoglioso popolo persiano continuerà resistere con la sua civiltà vecchia di 3000 anni.

Articolo originale di Jason Reza Jorjani:

https://www.geopolitica.ru/en/article/trumps-iran-war-begins

Ripostato da:

https://arktos.com/2020/01/03/trumps-iran-war-begins/

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

 

 

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Di Redazione Elzeviro.eu

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