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Assad ha vinto, ma c’è chi continua a rosicare

Assad ha stravinto la guerra civile in Siria. Certo, ha vinto anche grazie all’aiuto decisivo dei russi per sovvertire le sorti di un conflitto che altrimenti avrebbe visto Daesh e Al Qaeda vincitori.

Alcuni non hanno digerito la vittoria di Assad

Ma ha vinto, contro tutti i pronostici. Questo fatto fa fumare di rabbia chi ha provato in tutti i modi a delegittimare il Governo alawita. Ovvero gli Stati Uniti, i suoi alleati europei e tutto quel conglomerato di organizzazioni umanitarie che, venendo meno al mandato di neutralità e imparzialità, hanno scelto apertamente di schierarsi contro Bashar al-Assad. A dare ancora aria, purtroppo, agli sconfitti ci pensano i soliti giornali, che dimenticandosi cosa sia il giornalismo (ovvero ricerca frenetica e scientifica di fonti primarie) si limitano a riportare notizie di altri.

L’accusa con fonti discutibili del Corriere della Sera

É il caso del Corriere della Sera. In data 30 agosto, quando ormai il Governo Assad sta lanciando le ultime decisive offensive per liberarsi e liberarci dall’Isis, il Corsera cerca la pugnalata alle spalle. Ecco il titolone tragico-sensazionalistico: “Torturate e abusate, l’orrore delle donne rinchiuse nelle carceri siriane”. E questo è invece l’incipit: “Non sono solo gli uomini a sparire nelle carceri di Assad. Stuprate, picchiate, costrette a vivere in celle di due metri per due, lasciate per giorni interi senza cibo. Sono le donne siriane, inghiottite dal regime di Assad e sparite nelle carceri siriane senza lasciare traccia”.

Orrore. Cosa c’è d’altronde di più orrendo, vile e imperdonabile che violentare donne innocenti e farle sparire? L’accusa lanciata dal Corriere della Sera è diretta, parla chiaramente di Assad e viene utilizzato il tempo presente, dando dunque per certo il reato. Obiezione vostro onore! Fermi tutti. Se si continua a leggere l’articolo, andando oltre il titolo sanguinario e macabro si può leggere che l’accusa di colpevolezza data per certa, non è altro che la raccolta di una serie di testimonianze di alcune donne, anonime per altro.

Le stesse dicono di essere state vittime dentro le carceri. Direte voi, sicuramente la solerte giornalista del Corsera si sarà prodigata lei stessa a verificare l’attendibilità di tali testimonianze.

L’accusa arriva da Amnesty International

Niente di tutto questo. L’articolo è un semplice estratto, per non dire copia e incolla, del resoconto dell’International Day of the Victims of Enforced Disappearance, giornata organizzata da Amnesty International e Lawyers and Doctors for Human Rights. Prima di illustrarvi come Amnesty International abbia dimostrato la sua inattendibilità nella storia dei conflitti recenti, è doveroso dare due dritte di giornalismo alla collega del Corsera.

Per costruire un impianto accusatorio attendibile non bastano testimonianze raccolte per giunta da fonti terze, bisogna anzitutto verificare di persona le stesse e poi passare alla ricerca di una prova materiale di quanto si dice. Come qualsiasi processo di un sistema giuridico contemporaneo prevede, le testimonianze non costituiscono alcuna prova. Altrimenti cara collega in luogo del tempo presente, ovvero tempo della certezza, Lei dovrebbe per correttezza professionale utilizzare il condizionale o frasi interrogative.

Gli errori di Amnesty International nella storia

Passiamo poi all’analisi delle fonti. Amnesty International è l’organizzazione che, nell’agosto del 1990, diffuse un documento che “testimoniava” un’azione raccapricciante: soldati iracheni che avevano fatto irruzione in un ospedale pediatrico kuwaitiano e dopo aver sfilato i neonati dalle incubatrici li avevano lasciati morire. Un’atrocità che portò l’opinione pubblica a sostenere l’intervento della coalizione a guida americana contro l’Iraq. Peccato che lo stesso episodio si sia poi rivelato essere bufala.

Furono invece ben 32.195 i bambini morti, questi invece iracheni, ammazzati a Baghdad dalle bombe occidentali, proprio a causa di quello sciagurato intervento militare. La stessa “svista” professionale capitò ad Amnesty International questa volta in Libia. Nel Paese appena cascato in un’ambigua lotta per il potere nel 2011, Amnesty pensò bene di dare per certa la presenza di “fosse comuni” create dal regime del Colonnello Gheddafi. Amnesty era incorsa anche in quel caso in un marchiano errore. Si trattava infatti non di fosse comuni, bensì di normalissimi cimiteri, come confermato anche dal giornalista nostrano Amedeo Ricucci. Il numero, invece, di morti civili causati dall’intervento Nato in Libia (chiesto a gran voce proprio da Amnesty International) è tuttora incalcolabile. Sarebbe d’uopo dunque a fronte di ciò smetterla con questi tragicomici tentativi di delegittimare governi, che per quanto possano non piacere, sono legittimi. Assad ha vinto, fatevene una ragione.

Di Gabriele Tebaldi

Gabriele Tebaldi
Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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