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Il massacro di My Lai ed il pentimento artificiale dei buoni

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Leggendo il secondo volume de “L’Uomo è antiquato” di Gunther Anders ho ritrovato un episodio che avevo incontrato in passato, ma poi scordato: il massacro di My Lai in Vietnam (16 marzo 1968).

di Andrea Zhok

Si tratta di un episodio che, quando venne a conoscenza del pubblico, un anno e mezzo più tardi, diede un colpo ferale alla legittimazione della guerra sul fronte interno agli USA – ed ebbe come conseguenza una successiva molto maggiore sorveglianza degli USA sui resoconti dei media dal fronte.

L’episodio, che venne inizialmente presentato come accidentale danno collaterale di un bombardamento, si rivelò essere il massacro a sangue freddo di 504 civili, donne, vecchi e bambini (gli uomini abili erano in battaglia) da parte di un plotone di soldati americani capitanato dal tenente W. Calley. Incidentalmente il massacro venne preceduto da stupri di gruppo di donne vietnamite del villaggio.

A sollevare il coperchio su questa vicenda fu la lettera di un soldato (Tom Glen) al generale Abrams, che testimoniava delle continue brutalità cui la popolazione civile vietnamita veniva sottoposta.

Ad investigare la plausibilità di quanto riferiva la lettera venne assegnato un giovane maggiore dell’esercito, tale Colin Powell, che in men che non si dica ne refutò abilmente il contenuto sostenendo che “relations between Americal Division soldiers and the Vietnamese people are excellent.” (Apparentemente un uomo che ha fatto una strepitosa carriera tutta su uno specifico straordinario talento.)

Ma, si dirà, tutto è bene quel che finisce bene. Il massacro alla fine venne scoperto e i colpevoli puniti, no? Sì, beh, in effetti alla fine dell’intera vicenda venne ritenuto responsabile il solo tenente Calley che, dopo una prima condanna all’ergastolo, se la cavò con tre anni e mezzo di arresti domiciliari.

Ma del Vietnam almeno, essendo giunte informazioni non rigorosamente telecomandate in Occidente, rimase una traccia nella coscienza americana, il che consentiì di mettere in campo quella grande specialità della cultura angolsassone che sono le scuse a babbo morto.

E’ così che, qualche decennio dopo che avevano finito di massacrare i pellerossa iniziarono a produrre film apologetici sul buon selvaggio delle praterie (e su qualche coraggioso uomo bianco che già lottava dal par suo contro il pregiudizio dei propri consimili).

Similmente, un po’ di tempo dopo la fine della guerra del Vietnam cominciarono ad essere prodotti film dove comparivano miltari coscienziosi, umani e pentiti (perché noi esigiamo di essere i migliori in tutto, sia nel massacrarti che poi nel mostrarti quanto ci dispiace).

Personalmente credo che si sottovaluti enormemente la potenza di questa dinamica mentale (e propagandistica) che permette a chi ha la telecamera dalla parte del manico di sentirsi sempre integralmente dalla parte del giusto – anche quando ammette i torti, anzi, soprattutto in quel momento.

E’ un modo di agire che, sostituisce la realtà psicologica del pentimento con la sua rappresentazione a beneficio del pubblico, trasformando il pentimento nel suo contrario: un momento di orgoglio.

Questa dinamica consente a chi la utilizza di non modificare mai la propria traiettoria e la propria volontà, all’opposto del pentimento reale, che invece esige proprio di rendere inconcepibile il ripercorrere la stessa strada di nuovo.

Dell’episodio di My Lai Anders notava in particolare un aspetto peculiare, ovvero la frustrazione del tenente di fanteria Calley rispetto ai privilegi di distruzione dei proprio colleghi della forze aeree.

Non si capiva il perché di tutto quel casino nato solo perché le atrocità erano state compiute da persone in presenza fisica e non invece, semplicemente, da leggiardi elicotteri che carbonizzavano dall’alto tutto quel che incontravano con il napalm.

Peraltro, ciò di cui Calley non era ancora consapevole, era che persino peggio del napalm stava facendo un altro “dono dal cielo”, ovvero l’Agente Orange, con cui durante la guerra del Vietnam vennero direttamente irrorati 3181 villaggi, con l’intento ufficiale di defoliare le foreste circostanti e ridurre i nascondigli.

L’Agente Orange – un simpatico prodotto di Monsanto, a base di diossina, aveva drammatici effetti neoplasici e teratogeni sui feti, che furono vissuti dalle generazioni successive di vietnamiti – mentre l’attenzione dei riflettori internazionali si spostava altrove, verso altre imprese cavalleresche in difesa della libertà.
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