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L’Uomo di Palenque: l’immagine che ci costringerà a riscrivere la storia

Quando nel giugno del 1952 l’archeologo messicano Alberto Ruz Lhuillier entrò per la prima volta all’interno della piramide principale del sito di Palenque, davanti ai suoi occhi stupiti si materializzò un’immagine assolutamente bizzarra e incredibile: sulla pietra tombale che ricopriva la tomba del re Pakal, c’era un enorme bassorilievo con l’immagine di un uomo seduto all’interno di quella che sembrava a tutti gli effetti una navicella spaziale. Immaginiamo la sorpresa dell’eminente ricercatore messicano di fronte a quella scena assolutamente imprevista e imprevedibile.

Il sarcofago, che venne in seguito datato attorno alla fine del settimo secolo dopo Cristo, ovvero al periodo di massimo splendore della civiltà Maya, rappresentava un qualcosa che non avrebbe potuto esistere e che era semplicemente inimmaginabile se non al limite della fantascienza. Lo stesso studioso rimase così stupito da chiamare in seguito quella pietra con il nome di “Tomba dell’astronauta“. Il ritrovamento ebbe, come era immaginabile, un enorme eco mediatico nei giornali e nelle riviste accademiche dell’epoca scatenando già allora un autentico baillamme di polemiche e di ipotesi interpretative spesso inconciliabili. Gli studiosi allineati dissero subito che quell’immagine altro non era che la rappresentazione allegorica del passaggio del re nel mondo dei morti. Secondo la scienza ufficiale non vi era raffigurata alcuna navicella spaziale ma solo e soltanto un insieme di antichi segni raffigurativi che simboleggiavano appunto il momento della morte.

L’immagine ha continuato nei decenni successivi a rinfocolare periodicamente polemiche e dibattiti spesso accesissimi. Un’intera branca di ricerca ha ricevuto da questa scoperta nuovi stimoli e motivi di rafforzamento ideologico: stiamo parlando della cosiddetta “Archeologia spaziale” che ha visto l’affermarsi di teorie, giudicate spesso strambe, come quella del presunto contatto tra il popolo Maya e una civiltà aliena arrivata sulla terra nel passato, civiltà rappresentata dal misterioso dio Kukulkan. Un dio che sarebbe arrivato dalle stelle per poi farvi ritorno una volta finita la sua missione di civilizzazione dello stesso popolo Maya. La cosa drammatica e paradossale al tempo stesso è che quando Cortes, secoli dopo, arrivò, con intenzioni assai meno pacifiche, per assoggettare i Maya insieme all’esercito di conquista spagnolo, ebbe la…fortuna di essere scambiato inizialmente  per il dio Kukulkan che ritornava così come aveva promesso.

Tornando alla strana raffigurazione tombale, effettivamente, ad un’analisi attenta e approfondita della stessa, non si può non rimanere stupefatti di fronte a quella che risulta essere un’immagine surreale, soprattutto se inserita in un contesto storico assolutamente incompatibile. E’ un po’ come se all’interno delle grotte dove vivevano gli uomini primitivi si ritrovassero immagini di missili, rampe di lancio e astronauti, anche se, per la verità, anche in questo caso, qualcosa di molto strano è stato effettivamente scoperto a più riprese in svariate parti del mondo.

L’uomo risulta seduto all’interno di quello che sembra una sorta di velivolo o macchinario in grado di muoversi con un meccanismo di spinta paragonato a quello a reazione di cui dispongono i moderni velivoli, compreso lo Space Shuttle. La cosa incredibile è che l’uomo è seduto in una posizione in tutto e per tutto assimilabile a quella dei moderni astronauti, Addirittura si vede una sorta di sedile imbottito che avrebbe avuto una sua logica appunto in presenza di una robusta spinta verso il basso dovuta all’accelerazione del decollo. Lo stesso misterioso individuo è raffigurato nell’atto inequivocabile di manovrare alcune manopole con entrambe le mani, manopole che fanno parte di una consolle di comandi che si trova proprio davanti al presunto astronauta.

Ma le anomalie non finiscono certo qui, dal naso del pilota esce una specie di tubicino collegato alla struttura, oggetto che non può non farci pensare ad una cannula per l’ossigeno. I piedi poi sono posizionati su delle piattaforme ergonomiche di cui quella di sinistra appare impressionante in quanto risulta avere varie posizioni regolabili.

Lo strano personaggio è inoltre vestito con quella che sembra essere, non ci vuole molta fantasia per capirlo dato l’estremo realismo dell’immagine, una tuta rinforzata ai polsi e alle caviglie, proprio come le moderne tute, del tutto simili a quelle usate nella serie di telefilm “Star Trek“.

Un altro particolare impressionante è quello della fuoriuscita da strani ugelli posizionati sul retro di quelle che sembrano essere a tutti gli effetti delle fiammate di propulsione. La stessa testa appare collegata da uno strano sistema di tubi e tubicini alla complessa struttura sovrastante, così come anche la schiena da cui si diparte un tubo con un evidente bocchettone finale. Qualcuno ha anche voluto vedere nella misteriosa struttura che divide il seggiolino del pilota dallo scarico di fumi, l’esistenza di due taniche di propellente e addirittura di due sospensioni parallele.

Quello che si può dire su questo grande e misterioso bassorilievo è che siamo in presenza di tante e tali coincidenze, i ricercatori ne hanno contate ben venti, da pensare di non essere davanti ad un semplice equivoco raffigurativo, ma semmai di fronte alla prova evidente che qualcosa di molto strano è effettivamente esistito e accaduto in quel lontano periodo storico. Un qualcosa che l’artefice di questa straordinaria opera d’arte, ha cercato di raffigurare nel modo più realistico possibile con i mezzi stilistici che aveva a disposizione.
Come è stato evidenziato in un interessante video di History Channel, qualcuno nel 2011 ha provato a trasformare il bassorilievo di Palenque in un modellino tridimensionale con risultati stupefacenti. Si tratta del modellista Paul Francis che, dopo aver attentamente studiato a computer l’immagine straordinaria del re maya, ha provato a riprodurla realizzandone un modellino in tre dimensioni.

Il risultato che abbiamo ricavato da uno spezzone di un documentario su You Tube, lo si può vedere nella foto in capo all’articolo. C’è da rimanere letteralmente a bocca aperta: siamo davanti ad un pilota che si trova di fronte ad una consolle, una specie di periscopio, tanto da farci pure pensare che possa anche essere la rappresentazione di un mezzo anfibio o subacqueo. Il modellista in questione, intervistato dal ricercatore Giorgio Tsukalos, ha ammesso di essere rimasto lui stesso impressionato dagli esiti stupefacenti della sua realizzazione.

Ora, di fronte a tanta e tale evidenza dei fatti, che ci costringerebbe una volta per tutte a riconsiderare la storia dell’umanità, sarebbe doveroso, almeno da parte di quei ricercatori dotati di un minimo di onestà intellettuale, incominciare a farsi delle domande. Qui non si tratta di credere alle fate e agli gnomi, qui si tratta semplicemente di spiegare in modo alternativo, ma anche logico e consequenziale, quello che altrimenti sarebbe inspiegabile e paradossale. L’ipotesi che la nostra civiltà sia stata a più riprese visitata da coloro che vennero chiamati dei e che provenivano da altri mondi, non deve farci ridere ma neanche spaventarci o scandalizzarci: non sarebbe altro che la conseguenza del nostro esistere all’interno di un cosmo più vivo e vitale di quanto possiamo lontanamente immaginare e le cui leggi fisiche sono in parte ancora a noi sconosciute. 

Di Roberto Crudelini

Roberto Crudelini
Nato nel 1957. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con Radio Blu Sat 2000 come autore e sceneggiatore dei Giornali Radio Storici, ha pubblicato "Figli di una lupa minore" con Rubettino, "Veni, vidi, vici" e "Buona notte ai senatori" con Europa Edizioni e "Dai fasti dell' impero all'impero nefasto" con CET: Casa Editrice Torinese. Collabora con Elzeviro.eu fin dalla sua fondazione, nel 2011.

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