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L’uccisione dell’Ambasciatore Attanasio e la crisi umanitaria del Congo orientale

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Ucciso a Goma da un gruppo terroristico locale l’ambasciatore Luca Attanasio, vittime anche l’autista e un carabiniere della sua scorta. Erano sul posto con un convoglio della MONUSCO, la missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione della Repubblica Democratica del Congo.

Stamattina, a bordo di un’autovettura in un convoglio della MONUSCO, è stato ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio insieme a un carabiniere della sua scorta. Dal 2019 in Congo come ambasciatore straordinario, si era distinto per il suo contributo nella battaglia per i diritti e la fine degli abusi per gli abitanti del paese. Insieme alla moglie, Zakia Seddiki, aveva fondato a Kinshasa l’associazione Mama Sofia per la tutela di donne e bambini in difficoltà (grazie alla quale lo scorso ottobre hanno ricevuto il premio Nassirya per la Pace 2020).

L’attacco

Secondo gli ultimi aggiornamenti si sa ancora poco sul movente e le vere intenzioni dell’attacco all’autovettura in cui si trovava Attanasio nella strada fra Goma e Bukavu. È molto probabile il coinvolgimento di un gruppo terroristico, mentre per quanto riguarda lo scopo dell’attacco c’è la possibilità che il piano iniziale fosse il rapimento dell’Ambasciatore italiano.
L’automobile è stata colpita da ripetuti colpi di arma da fuoco – armi leggere – dove hanno perso la vita anche un carabiniere della scorta di Attanasio e l’autista.

La crisi umanitaria del Nord Kivu

La zona in cui l’attacco ha avuto luogo non è casuale. Goma è il capoluogo della provincia del Nord Kivu, da anni teatro di violenti scontri fra gruppi armati ed emblema della violazione dei diritti umani nel paese. 

I recenti combattimenti nel Nord Kivu sono sorti in gran parte perché il governo della Repubblica Democratica del Congo, e la più ampia comunità internazionale non sono riusciti ad affrontare le cause di fondo di un conflitto nato nel 2007, le cui radici sono tuttavia da far risalire alla Prima e alla Seconda Guerra del Congo tra fine anni ’90 e inizio ’00.

Il conflitto aveva contrapposto

l’esercito regolare congolese (FARDC) al gruppo politico armato CNDP (Congresso Nazionale per la difesa del popolo), dopo i falliti tentativi di integrazione dei due. Erano coinvolte anche le milizie etniche mayi-mayi che si opponevano al CNDP e le FDLR (Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda), un gruppo di insorti armati, alcuni dei quali presumibilmente responsabili del genocidio ruandese del 2004.

La regione è tuttora occupata dalla massiccia presenza di gruppi armati ribelli, tra questi l’ADF (Forze Democratiche Alleate), uno dei più letali della RDC orientale, emerso da una ribellione islamista di origine ugandese.

Le ragioni del conflitto

Fra le motivazioni dietro il conflitto la presenza di una molteplicità di gruppi armati congolesi e stranieri, le tensioni tra le comunità etniche della provincia e le relative questioni del ritorno dei rifugiati tutsi congolesi che vivono all’estero, la proprietà della terra e il controllo della considerevole ricchezza mineraria e agricola del Nord Kivu.

Come dichiarato da Amnesty International, tutti i gruppi armati e il FARDC si sono resi responsabili di uccisioni illegali di civili, rapimenti, stupri, arresti arbitrari, atti di tortura e saccheggi di proprietà civili e umanitarie.

Dal 2007 sono stati fatti dei passi per la tutela dei civili congolesi – tra questi l’Atto d’Impegno del 2008 dove alcuni gruppi armati si impegnavano al ‘rigoroso rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani’ – che però non hanno contribuito a migliorare le terribili condizioni degli abitanti della regione.

La provincia del Nord Kivu, dove è stato ucciso Attanasio, rimane ad oggi il teatro di una grave ed estesa crisi umanitaria che viene ignorata da ormai troppo tempo.

 

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Di Eleonora Milani

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Tirocinante presso Elzeviro.eu e studente dell'Università degli Studi di Torino.

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