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Sergio Marchionne, la solitudine del numero “primo”

Alle 11.30 di ieri mattina le agenzie battevano una notizia che tutti ci aspettavamo: Sergio Marchionne, CEO della FCA si spegneva all’età di 66 anni nella Clinica di Zurigo dove era ricoverato dalla fine del giugno scorso.

Si sta scrivendo molto su di lui, i soliti leoni da tastiera insultano e vomitano bile, i politici twittano il loro cordoglio, la gente si schiera da una parte o dall’altra come si trattasse di una partita di calcio.

Tralasciando i meriti ed i demeriti di Marchionne, non intendendosi di automobili né tantomeno di alta finanza, chi scrive preferisce soffermarsi sull’aspetto umano di colui che senza dubbio é l’ultimo grande uomo di impresa italiano.

Figlio di un maresciallo dell’Arma, a soli quattordici anni lascia il paese natale in Abruzzo per trasferirsi con la famiglia in Canada dove conclude il ciclo di studi e poi si laurea in Filosofia.

Mio padre già pensava al colore del taxi che avrei guidato dal momento che era convinto che con la mia laurea non avrei trovato lavoro” così usava dire Sergio.

Arrivano le altre due lauree in Legge ed in Economia. Non saranno le sole, però: molte quelle ricevute nell’arco della sua carriera “ad honorem”. Il ragazzo é chiuso, introverso ma ha ambizione, intuizione.

Nel 2004 arriva alla FIAT, fortemente voluto da Umberto Agnelli. L’azienda é ad un piede dal baratro, la General Motors é pronta a fagocitarla. Centoventi anni di storia pronti a scomparire. Non avviene perché il visionario Sergio sfida i mercati, rinegozia con le banche, osa.

La FIAT é salva, risale la china, torna la produzione.

Si dice che fosse brusco, duro con i suoi dirigenti, comprensivo con la gente, amava il popolo, Sergio, la sua schiettezza.

A Mirafiori andò a visitare i luoghi nascosti ma frequentati dagli operai: gli spogliatoi, le docce, la mensa. Li trovó orrendi, li rivoluzionò.

Chiediamo ai nostri operai prodotti di qualità….ma loro stessi devono poter avere modo di lavorare in ambienti di qualità”.

Poco si sa della sua vita privata: un matrimonio burrascoso e finito male, due figli, una nuova compagna, “Manuela, la mia fortuna”. riservata, defilata, di basso profilo, come era Sergio.

Gli chiesero di scendere in politica ma lui rispose “Non ne capisco, io sono un metalmeccanico, costruisco camion, automobili”.

Amava l’Italia di cui esibiva il passaporto ovunque si trovasse nonostante avesse anche quello canadese.

Sdoganó l’abbigliamento casual negli ambienti dell’alta finanza e in Confindustria vestendo con pullover neri o blu e camice a righe.

“Della cravatta non ricordo più nemmeno come si fa il nodo” disse quando la indossó per l’ultima volta prima del ricovero alla presentazione del piano industriale.

A tutti i suoi dipendenti scriveva:

“Esiste un mondo in cui le persone non lasciano che le cose accadano. Le fanno accadere, non dimenticano i propri sogni nel cassetto, li tengono in pugno. Si gettano nella mischia, assaporano il rischio, lasciano la propria impronta”.

Grazie Sergio, per aver lasciato la tua, quella della nostra Italia più fiera ed orgogliosa.

Di Ilaria Riggio Lopane

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