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Zecharia Sitchin e quella teoria così scandalosa

 

 

Zecharia Sitchin è stato uno dei personaggi più controversi e discussi nel complesso e grande universo dei cosiddetti ricercatori “fai da te” che pullulano soprattutto nel campo dell’archeologia e della storia antica. Lo scrittore azero, morto quattro anni fa negli Stati Uniti, è stato attaccato senza riserve dagli studiosi allineati per via di una sua teoria alquanto clamorosa e surreale al tempo stesso in base alla quale l’uomo discenderebbe da un innesto genetico operato nella notte dei tempi da antichi astronauti provenienti dallo spazio. Una simile teoria, suffragata da una traduzione letterale degli antichi testi sumeri, in particolare del sigillo sumerico chiamato “VA 243“, ha per anni provocato la reazione stizzita del mondo accademico che, senza tanti riguardi, ha dato del millantatore e dello pseudo scienziato allo stesso ricercatore. Si dice anche che lo stesso Sitchin avrebbe in modo furbesco operato traduzioni troppo letterali di singoli frammenti senza andare ad operare un’effettiva interpretazione del testo originale nel suo complesso. Questa in definitiva sarebbe la grande colpa dello studioso di origine russa condivisa con altri studiosi del genere come a suo tempo Peter Kolosimo, e ora Erik Von Daniken, Mauro Biglino, Pinkerle e altri. La colpa in definitiva di aver preteso di tradurre in modo letterario gli antichi testi invece di interpretarli in base alle logiche del pensiero moderno. 

L’uomo della strada, colui che si fa delle domande alle quali per ora non è data risposta certa e incontrovertibile, rimane disorientato di fronte a tanta e tale polemica. Non c’è da stupirsi perché il livore degli storici accademici verso chi mette in dubbio le loro ricostruzioni è sempre stato, diciamo, un po’ sopra le righe e si è alimentato dalla forza di rappresentare, in modo gelosamente esclusivo, l’ovvio, il logico e “l’ufficiale”. In certi casi, così come in tutti gli ambienti in cui prevale inevitabilmente una certa dose di conformismo, la paura di mettere a repentaglio la propria carriera può spesso prevalere su logiche personali più sfumate e meno astiose.

Si sa: la difesa del proprio territorio-orticello, soprattutto se qualcuno ti viene a dire che quello stesso si basa, forse, su un errore di impostazione, fa rabbia e fa reagire spesso in modo abnorme e contrario a quella che dovrebbe essere la caratteristica della scienza: quella di non avere e di non mettere limiti all’immaginabile e al ricercabile. La teoria di Sitchin va sicuramente oltre quello che noi potremmo definire ovvio e razionale, ma si dimentica che la base della ricerca in generale è il guardare sempre oltre i limiti che di volta in volta si pongono agli occhi dei ricercatori, limiti che sono messi lì apposta per essere superati, messi in dubbio, surclassati, basta soltanto avere il coraggio di farlo: se questo coraggio viene a mancare, la scienza stessa è destinata irrimediabilmente a fermarsi.

La teoria di Sitchin, pur fra alcune ingenuità ed errori, in fin dei conti cerca di spiegare l’indecifrabile e inspiegabile salto quantico avvenuto tra lo stato di Homo erectus e quello di Homo sapiens, un salto che Sitchin spiega come conseguenza di un innesto genetico effettuato sul Dna dagli dei venuti dal cielo, dei di cui parlano, tra l’altro, tutte le antiche religioni del mondo pur dando loro di volta in volta nomi diversi. Sarebbero questi gli Anunnaki, popolo delle stelle proveniente da un presunto decimo pianeta del sistema solare, chiamato Nibiru. Questi signori del cielo sarebbero discesi migliaia e migliaia di anni fa sulla terra perché, stando sempre alla traduzione di Sitchin, il loro pianeta stava collassando a causa dell’indebolimento della sua atmosfera. La terra in quel periodo era ricca di oro, sostanza preziosa che doveva servire per rinforzare la barriera protettiva della stessa atmosfera.

Gli ominidi che questi “dei” scesi dal cielo trovarono sulla terra non erano adatti, per ovvi limiti genetici e strutturali, a dare una mano ai visitatori molto più progrediti. Per questo motivo gli stessi Anunnaki avrebbero compiuto un esperimento genetico modificando il DNA dei nostri antenati con geni appartenenti appunto ai nuovi visitatori con il risultato  di creare l’Homo sapiens. Le loro visite, stando sempre allo studioso di origine russa, si ripeterono ogni 3600 anni in occasione dell’avvicinamento alla terra del suddetto pianeta, la cui orbita intorno al sole durerebbe appunto la bellezza di 3600 anni. Un pianeta quindi che, nel punto di massima distanza, vedrebbe il nostro sole come qualcosa di poco più grande di un puntino luminoso nel cielo.

Se c’è un punto debole nella teoria di Sitchin è forse proprio questo: come sia possibile che un eventuale pianeta così lontano dal sole possa comunque avere non solo un’atmosfera protettiva ma anche una qualche forma di vita addirittura più evoluta della nostra, è una domanda che dal punto di vista scientifico non ha avuto dallo stesso ricercatore una risposta adeguata.

Resta comunque il fatto che tutte le antiche tradizioni ci parlano di dei che, ad un certo punto della storia umana, scesero dal cielo contribuendo ad un salto decisivo nell’avanzamento della nostra stessa civiltà. Questo è un fatto incontrovertibile, confermato dalla traduzione comparativa di tutte le fonti in nostro possesso, Bibbia compresa. Chi fossero in verità questi signori del cielo e da dove provenissero, questo, al di là di teorie più o meno ardite, più o meno abbozzate, non lo sappiamo, ma questo sembra essere effettivamente avvenuto e di questo sono stati testimoni i nostri antenati.
Non è affatto superfluo ricordare come ci siano molte probabilità che l’uomo, ad un certo punto della sua storia, abbia ricevuto un aiuto esterno che gli permise effettivamente di accelerare lo sviluppo della sua civiltà. Come disse più volte lo stesso Sitchin, gli antichi monumenti, tra i quali le stesse piramidi, furono costruiti dall’uomo con l’aiuto di qualcuno molto più evoluto di lui: non c’è al momento altra spiegazione per giustificare quello che altrimenti non avrebbe potuto essere non solo realizzato ma neppure concepito alle soglie del Neolitico. Trasportare, intagliare e inserire perfettamente milioni e milioni di pietroni pesanti tonnellate come se fossero i mattoncini di un Lego, non fa parte delle presunte logiche di un mondo ancora in parte primitivo. Così come non possono fare parte delle conoscenze di cinquemila anni fa le precise informazioni di natura astronomica che, senza l’ausilio dei moderni telescopi, i popoli antichi, Egizi e Sumeri compresi, avevano. Su questi fatti la ricerca storica ufficiale non è riuscita fino ad imbastire alcuna risposta plausibile. Il problema è che, quando qualcuno di non allineato, pur tra errori e limiti umani, ci prova, non viene aiutato con un approccio multi disciplinare ma viene solo e soltanto condannato senza appello a languire nel vasto universo dei “non ascoltati”.

Di Roberto Crudelini

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