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Ius soli? Cum grano salis?

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BAGATTELLE

La tristemente nota abitudine a trasformare la politica in tifo, oltre al suo frequente scadere nell?ideologizzazione, ha portato l?Italia, in un momento per tanti versi drammatico, a dividersi tra supporters dello “ius soli” e difensori integrali dello “ius sanguinis”. Il tema della cittadinanza è diventato divisivo. Complici anche le improvvide dichiarazioni del presidente della Camera Laura Boldrini e del ministro Cecile Kyenge.

A certi propositi automaticamente estensivi della sinistra si contrappongono, uguali e contrari nello stupro sloganistico della realtà, certe chiusure identitarie di una destra in deficit di cultura liberale.

In questo senso sono ragionevoli e benvenute le parole del Presidente del Senato, Piero Grasso. In un?intervista rilasciata a “La Stampa”, l?ex-magistrato ha chiarito che “parlare di ‘ius soli’ senza condizioni, e cioè che basta nascere in Italia (e basta) per godere del diritto di cittadinanza può trasformarsi in un grosso affare per i trafficanti di esseri umani. In modo particolare in un Paese (nel nostro) laddove si prevedesse una legislazione senza alcun vincolo né limiti. E questo si potrebbe trasformare in abusi e reati gravissimi contro la persona e la loro dignità di esseri umani. In una materia così delicata è indispensabile trovare i giusti equilibri anche nel dibattito. In Europa siamo gli ultimi. E dobbiamo conquistare molte posizioni con impegno e ragionevolezza“.

Certo è decisamente positivo che il Governo Letta, interpretando in senso giustamente estensivo i propositi di pacificazione e rilancio, veda la presenza dell?italo-congolese Cécile Kyenge e dell?italo-tedesca Josefa Idem. Diverso che si cerchi di estremizzare i toni con una battaglia, non si sa quanto realmente sentita da molti che si sono trasferiti in Italia in cerca di futuro, decisamente astratta.

Le considerazioni di un recente articolo di Robi Ronza, apparso su “La Bussola Quotidiana”, meritano di essere richiamate. “Guardando infatti alla realtà ? puntualizza l?ex-firma de “Il Sabato” – delle cose senza pregiudizi ideologici non ci si può non domandare: ma che bisogno ce n?è? Secondo la legislazione vigente in Italia la naturalizzazione si può ottenere dopo aver risieduto legalmente nel territorio della Repubblica per almeno 10 anni, ridotti a 5 anni per gli apolidi e a 4 anni per i cittadini di uno Stato membro dell?Unione Europea. La cittadinanza si acquisisce inoltre, su richiesta, per matrimonio con un cittadino italiano dopo almeno due anni di residenza sul territorio o tre anni dal matrimonio se la coppia risiede all?estero, e su concessione del Presidente della Repubblica per meriti particolari. Il criterio generale alla base di tali norme è quello dell?integrazione; e del tempo trascorso in Italia inteso come fattore automatico di tale integrazione anche a prescindere dal luogo ove si è nati. Dunque è più ampio di quello che si introdurrebbe applicando automaticamente lo ius soli; e il periodo di tempo che deve trascorrere prima di poter chiedere la cittadinanza è in fondo abbastanza breve. C?è poi un altro aspetto da mettere in luce, che è particolarmente preoccupante. L?applicazione indiscriminata dello ius soli, che il ministro Kyenge sembra perorare, ignora la famiglia e anzi tende obiettivamente a disgregarla“.

Anche in questo campo, per non cadere vittime di buonismi dai cattivi effetti, occorre applicare con moderazione un?apertura che non si riduca a mero proclama ideologico. Senza paura, ma guardando al “bene comune” (che non è mai astratto).

Marco Margrita

@mc_margrita

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Redazione Elzeviro.eu

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