Panamericana Norte
Calzone Sergio
? 8,50
2012, 200 p., brossura
Echos (collana “Latitudini”)
La maestria di un narratore non va misurata solamente con l?ampiezza della propria opera, che per forza di cose dev?essere un romanzo. A volte una buona capacità prosastica vuol dire anche sapersi confrontare con misure più ristrette, controllando la parola, evitando l?eccessiva abbondanza di termini. Insomma, tutti possono gettare dentro un romanzo tutte le proprie idee, ma pochi sanno condensarle efficacemente in un racconto.
E? quello che Sergio Calzone è riuscito a fare con “Panamericana Norte” (Echos edizioni). Come riporta il sottotitolo esplicativo «dodici racconti attraverso il magico mondo peruviano, sospeso da sempre tra realtà e presenze arcane» quel che ci viene offerto è un po? dello stile narrativo sudamericano. In controluce alla logicità delle micro-trame che ci vengono proposte, ecco il fantastico, come un?inquietudine mai placata, come una sottile vertigine. Allora il camion che si guasta all?improvviso è un “segno” del parente morto e “scordato” a cui non si sono portati i fiori; oppure quella figura fugace in lontananza è uno spirito di una persona appena trapassata. Ma l?inquietudine, per una realtà che mai si afferra al cento per cento, sembra essere non solo prerogativa del passato, ma anche della vita e della realtà «a volte non è necessario ricevere la corrente, per volere un elettrodomestico».
Allo stesso tempo ci vengono anche presentati personaggi con un profilo psicologico appena abbozzato (al limite con il personaggio tipo), ma che sono fatti agire con maestria con gli eventi e i luoghi, così da risultare assolutamente spassosi, come il capitano Cristòbal Navarro Muro. E che non sfigurerebbero in un?opera più ampia tutta per loro.
L?altro lato della proverbiale medaglia è la povertà non tenuta nascosta che regna nelle zone più difficili del Perù, come ci viene descritto nel primo racconto “Il negozio sugli altipiani”: «Zio Federico non aveva una casa. Non aveva niente, dopo ventitudue anni di Sierra». Povertà che porta la gente a spostarsi, lasciare le famiglie per cercare un po? di sostentamento. Modi per sopravvivere che sono una costante per tutte le popolazioni, sia ieri che oggi.
Ci viene presentato un mondo dominato da una filosofia fatalista, dove non ci si muove per propria spontanea volontà, ma perché qualcuno, o qualcosa, ci ha preso di forza e trascinati: «Zio Federico […] non ritornò perché si era stufato di vivere lontano dalla famiglia: ritornò soltanto perché il cugino Juan andò a caricarlo con il camion e lo riportò a casa». Con uno stile veloce e scorrevole emerge dai dodici racconti delle due sezioni “Racconti della Sierra” e “Racconti della Costa” un mondo pulsante di vita, di situazioni, di misteri, di personaggi, di credenze. Un affresco che a noi Europei non può che ricordare la città di Macchu Picchu, “primitiva” per la sua antichità, magica per l?alone di mistero che circonda anche il suo popolo e assurda, perché quasi a 2.5000 metri d?altezza in mezzo alle nuvole.
Luca V. Calcagno
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