Foto: campo rom di via Chiesa Rossa Milano (2018).
Non tutta la classe politica soffre egualmente di tale machiavellismo, comunque.
Nella fattispecie qui il machiavellico da operetta ha un nome e cognome preciso e si chiama Matteo Salvini.
Come tutti quelli che vanno avanti a ‘intelligenza politica’ senza avere l’intelligenza senza aggettivi ha finito per credere alla sua claque, e pensare che riflettori e applausi fossero prove provate del suo essere un grande condottiero.
E come l’altro Matteo (ricordate il grande astro nascente, il ‘Maradona’ del centrosinistra?) sbatterà il muso sul proprio ego (facendolo incidentalmente sbattere anche a milioni di italiani).
Per chi crede in complessi e raffinati retroscena: qui non c’è proprio niente di complesso da ricercare, nessun retroscena subdolo e astutissimo, nessuna indicibile pressione.
Semplicemente qui c’è, una volta di più, uno che pensa di essere il più furbo di tutti e di poter passare all’incasso degli interessi maturati facendo le poche cose che sapeva fare (no agli sbarchi e gesticolazioni securitarie).
Erano settimane che il gioco ‘Lupus et Agnus’ andava avanti, e dopo aver cercato di spiegare che Di Maio gli intorbidava l’acqua e che il babbo di Di Maio una volta non gli aveva dato la precedenza, ha deciso che faceva prima a mangiarselo comunque.
Ha messo in scena un po’ di sdegno per spostare almeno un po’ di colpa sull’alleato, e ha deciso di tornare a fare quello che gli riesce meglio: la campagna elettorale.
Essendo affetto da machiavellismo da rotocalco, l’unico cambiamento di scenario che lo potrebbe far tornare sui propri passi è un sondaggio che gli mostrasse di aver perso preferenze di voto.
Ricordiamolo, le centinaia di volte in cui ha spiegato con la faccia seria che a lui interessava ‘fare le cose’ e non avere poltrone, che il governo durerà cinque anni perché c’era da cambiare l’Italia, ecc.
Ricordiamocelo ora che passerà con l’urna in mano e chiederà un po’ più poltrone per fare un po’ più favori all’imprenditoria lombardo-veneta (almeno a quella amica).
Perché questa è la malattia dei nostri ‘politici di punta’: pensano che fare politica sia qualcosa come un concorso di bellezza e fanno politica con l’applausometro. E prendono questa vanità autoreferenziale e questo cinismo di piccolo cabotaggio per ‘machiavellismo’, per astuzia politica, dimenticando che nella lezione di Machiavelli il Principe deve avere comunque sempre almeno l’apparenza della virtù.
Andrea Zhok
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