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Salone del Libro 2015: Spazio anche ai piccoli autori “dissidenti”

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Intervista a Sebastiano Caputo, saggista e seguace di Marinetti e Proudhon

TORINO – Il Salone Internazionale del Libro di Torino, si sa, è una kermesse molto vasta ed estesa, in gran parte dominata dagli stand di grandi editori (Rizzoli e Mondadori solo per citarne due) oppure dalle passerelle di autori famosi e conosciuti in tutto il mondo. Tuttavia anche le piccole realtà editoriali che, per quanto piccole possano essere numericamente, possono talvolta rivelare notevoli potenzialità come contenuti al punto da stuzzicare la curiosità dei visitatori per i loro contenuti.

E’ il caso dello stand delle edizioni Proudhon, o per meglio dire Circolo Proudhon, uno stand rappresentato da un gruppo di ragazzi tutti sotto i trenta, fondatori de L’Intellettuale Dissidente, quotidiano online molto seguito in particolare sui social network, e capeggiati da Sebastiano Caputo, romano, classe 1992, laureato in Filosofia, pubblicista, direttore responsabile del quotidiano sopra citato e autore di “Franciavanguardia“, un interessante saggio sul panorama politico-culturale francese. Non solo al Salone del Libro, il giovane saggista nella giornata di venerdì scorso ha presentato il suo libro presso l’Occupazione Scopo Abitativo Lingotto, uno spazio metapolitico autogestito situato a poche centinaia di metri dai padiglioni della manifestazione, di fronte ad un pubblico curioso ed appassionato.
Elzeviro ha incontrato l’autore per farsi raccontare la sua esperienza:

Intellettuale Dissidente prima e Edizioni Proudhon poi; come, dove e con quali motivazioni sono nate queste due iniziative culturali?

L’Intellettuale Dissidente nasce circa 2 anni e mezzo fa a Roma per volontà mia e del mio collega Lorenzo Vitelli con l’intento di conciliare gli opposti estremismi ideologici, quindi una destra conservatrice e della resistenza morale e dei costumi e una sinistra anticapitalista antimperialista e del lavoro in chiave “anti-establishment”. Siamo nati sul web in un momento in cui i giornali online non erano tantissimi e in cui i social network ci hanno permesso di raggiungere un notevole numero di utenze in poco tempo, questo ci ha consentito di raggruppare più di 60 redattori che scrivono settimanalmente sul nostro giornale con i loro editoriali, non sono retribuiti ma lo fanno per passione e per visibilità, e arrivare a 10 mila lettori quotidiani nonché a 40 mila follower sia su Facebook che su Twitter. Questi numeri hanno dato vita ad una comunità virtuale elitista, perché il nostro linguaggio è abbastanza elitario, e di dare vita nel settembre 2014 alla casa editrice “Circolo Proudhon” che pubblica 2 saggi al mese raccogliendo grandi firme come Alain de Benoist, Franco Cardini, Giulietto Chiesa, Ferdinando Imposimato e Fulvio Grimaldi. Noi da una parte portiamo avanti il lavoro della (contro) informazione, o anche della reinformazione, tramite l’Intellettuale Dissidente e dall’altra parte il lavoro della formazione tramite la saggistica delle edizioni Proudhon, noi cerchiamo di fare quello che oggi non fanno le università e i grandi giornali.

Circolo Proudhon. Perché proprio Proudhon?

Perché il Circolo Proudhon era un movimento nato in Francia nel 1912 che riuniva i monarchici dell’Action Française di Charles Maurras e di George Valois e i sindacalisti rivoluzionari del mondo post-marxista come George Sorel e del suo allievo Edouard Berth, un’esperienza che durò fino al 1914 quando, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il movimento si divise in quanto i primi erano interventisti e i secondi invece erano neutrali, ma che fu comunque il primo esperimento di sintesi tra la destra e la sinistra. Ci fu anche un esperimento analogo anche qui in Italia che si riuniva attorno alla rivista La Lupa, sempre nel 1912, sulla quale scrivevano i sindacalisti rivoluzionari come De Ambris, Marinetti con tutto il circolo futurista e i nazionalisti di Filippo Corridoni; in proposito stiamo lavorando assieme ad Alain de Benoist per raccontare queste due esperienze analoghe, de Benoist racconterà il Circolo Proudhon in Francia e io racconterò invece l’esperienza italiana. Ne approfitto per rispondere anche al perché del nome del giornale “Intellettuale Dissidente”: perché si contrappone all’intellettuale di regime perché gli intellettuali oggi hanno tradito la loro natura e la loro missione, quello che Julien Benda chiamava “il tradimento dei chierici”, ad eccezione di pochi come tipo Massimo Fini il quale non si è mai asservito ai soldi o al successo a differenza di tanti altri.

Tra gli autori approfonditi e divulgati da Circolo Proudhon vi sono personaggi come Proudhon, Pound, Pasolini, Mishima, Rousseau, Thoreau, Gentile e Gramsci. Qual’è il nesso filosofico e culturale che lega dei personaggi così eterogenei e cronologicamente distanti tra loro?

Tra tutti i nomi che hai citato c’è anche Marinetti perché quella sagoma nera che compare sulla prima pagina de L’Intellettuale Dissidente è proprio lui. Marinetti e Proudhon diversi tra loro, il primo rappresenta l’Avanguardia e il futurismo che rompevano con la Modernità pur rimanendo nella Modernità, mentre invece Proudhon è un filosofo del 1850 che rappresenta una figura di sintesi oltre ad essere un autore che scriveva a 360 gradi quando parlava della Banca del Popolo, anticipando di quasi un secolo la finanziarizzazione dell’economia, e poi scriveva di costume e di critica letteraria. Il nesso che unisce tutti i personaggi da te citati, che sono di fatto i nostri punti di riferimento, che noi abbiamo raccolto nel nostro saggio “La Storia non dorme mai“, è il loro opporsi allo spirito del loro tempo e questo li rende dei vinti ma anche degli eroi postumi.

Una domanda più generica. Posto che la società globalizzata di oggi rende parecchio difficile e poco incisiva l’informazione corretta, l’organizzarsi e anche il creare una piattaforma politica e culturale solida,  secondo te, quale può essere un forma di ribellione culturale concreta che si possa tradurre in una risposta politica incisiva contro la società del Pensiero Debole del relativismo?

Ti rispondo con quello che stiamo facendo, per ora si tratta di piccoli numeri ma è quello che a cui aspiriamo. Noi riteniamo che il modello vincente sia sicuramente quello di utilizzare la rete come strumento di aggregazione tra teste pensanti che hanno uno spirito critico e che si oppongono allo spirito decadente del nostro tempo, però è chiaro che non bisogna morire in rete perché così si fa il gioco di chi ha creato la rete, ricordiamoci che Facebook non è nato da Zuckerberg bensì dall’appoggio del NSA e della CIA, e quindi è importante devirtualizzarsi e territorializzarsi uscendo dalla rete. Quello che stiamo facendo è aprire dei circoli di lettori in tutta Italia, e per ora ne abbiamo circa 15, composti da persone che si riuniscono per presentazioni, incontri e dibattiti in quanto è importante vedersi negli occhi, guardarsi e parlare. La cosa interessante che vorremmo fare un domani è quella di legare la “produzione” e la “cultura”, nel senso che questi circoli possono essere anche delle fabbriche, dei campi agricoli, dei caseifici o spazi di qualsiasi genere. Siccome ormai la politica dell’ordine democratico riesce ad autolegittimarsi anche con un astensionismo al 50% e continuerà a farlo anche con il 75% di astensionismo e siccome oggi un sistema di rivolta è praticamente impossibile perché la gente comune non ha più questa forza di coscienza esplosiva, allora diventa fondamentale creare un sistema metapolitico parallelo, ossia, un contropotere organizzato che può partire dalle librerie indipendenti anziché da Mondadori e Feltrinelli, dallo scrivere su Intellettuale Dissidente e non sui grandi giornali, ma anche dal creare delle banche sganciate dal grande sistema bancario come aveva fatto Proudhon nel 1848 e come aveva anche tentato di fare anche Grillo qualche tempo fa.

Nel tuo ultimo saggio, Franciavaguardia, tu tracci tramite una serie di interviste una mappa culturale della Francia odierna. A tre secoli di distanza dal Secolo dei Lumi, quali sono i fattori antropologici che hanno portato la Francia ad indicare nuovamente in senso propositivo positivo la rotta del pensiero occidentale?

Come ho scritto nella presentazione del mio saggio, la Francia è il paese più avanzato ma anche il paese più corrotto dall’Illuminismo, è un paese che sta creando delle sacche di resistenza all’interno della stessa società francese che si stanno rivelando della forze propositive. Una di queste sacche la si può vedere sul piano politico con il Front National, un soggetto politico molto interessante che nasce all’estrema destra e che si converte man mano al populismo con Marine Le Pen  ed è riuscito a crearsi un nuovo elettorato (in Francia gli operai che un tempo votavano tutti a sinistra, oggi votano Front National) ma che si è anche circondato di pensatori ed economisti un tempo lontani dal Front National del padre Jean Marie. La Francia si è organizzata anche sul piano metapolitico e torniamo a quello che dicevo prima sul legare “produzione” e “cultura”, come nel caso di personaggi come Dieudonné, comico umorista politicamente scorrettissimo al punto da rischiare la galera più volte e che sostenuto dal suo pubblico, nonostante le sue vicende giudiziarie, sta creando dei media alternativi oltre ad un’assicurazione alternativa per la vita. E’ il caso anche del sociologo Alain Soral, marxista convertito al Front National, che ha creato una casa editrice indipendente e un sito internet tra i più seguiti di Francia quasi da fare concorrenza ai grandi giornali come Le Monde e Le Figarò, Proprio per questo la Francia oggi è il paese più corrotto dai Lumi ma contemporaneamente anche il paese più resistente.

Se il Front National in Francia, come dimostra la sua ascesa e pur con tutti i suoi limiti, rappresenta una forma di ribellione al nichilismo della cultura occidentale, si può dire che ci siano dei soggetti politici affini anche qui in Italia?

Io da giornalista, dopo l’ascesa del Front National in Francia, mi ero inizialmente interessato al Movimento 5 Stelle e al fenomeno Grillo perché a me interessa il termometro di populismo più che il colore politico, ossia, un soggetto politico o un leader che afferma cose e contenuti più vicini possibile alla realtà quotidiana e che riesce a fare presa sulla gente comune. Dopo l’ingresso del Movimento 5 Stelle in Parlamento e dopo le elezioni europee dell’anno scorso, che hanno visto un crollo dei voti ai 5 stelle, abbiamo visto come Grillo abbia rifiutato di allearsi con Marine Le Pen preferendo ad essa l’eurocritico britannico Nigel Farage, che comunque è un personaggio curioso. Oggi ci prova in un qualche modo la Lega Nord che sicuramente era un soggetto politico interessante già ai tempi di Bossi negli anni 80 quando la Lega ruppe la dicotomia composta dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista per poi declinare dopo le esperienze di governo con Berlusconi. Ora la Lega Nord è nuovamente in ascesa sotto la guida di Matteo Salvini ed ha una propensione che non è più regionale ma nazionale, tuttavia anche la Lega continua ad avere i suoi limiti e quindi non vedo ancora un Fronte Nazionale qui in Italia. Ricordiamo che comunque anche il Front National francese ha tantissimi limiti, come nel caso della politica estera e dei rapporti con l’Islam in cui Marine Le Pen segue la logica atlantista dello scontro di civiltà. Poi, oltre alla Lega, c’è anche Fratelli d’Italia che però è una piccola realtà che fatica a crescere e a superare il 4%.

Una tua opinione personale. Era meglio il Front National guidato da Le Pen padre oppure è politicamente più idoneo il Front National guidato dalla figlia Marine?

Non me la sento di dire quale sia meglio tra i due perché entrambi hanno dei punti di forza e dei punti di debolezza. Il padre Jean Marie Le Pen non era certo un democratico, era un punker, un anarchico dai toni molto politicamente scorretti, era uno che in televisione diceva quello che pensava senza preoccuparsi delle conseguenze e sembrava più un giornalista critico che un politico tant’è che la verità, secondo me, è che lui non abbia mai voluto vincere conquistando l’Eliseo ed è sempre voluto rimanere una forza politica di opposizione. Mentre invece la figlia Marine Le Pen ha intrapreso il percorso inverso, vuole veramente arrivare all’Eliseo, vuole veramente divenire un partito di governo e non rimanere all’opposizione come il padre e chiaramente ha intrapreso un percorso di de-demonizzazione dopo 40 anni di demonizzazione dei media francesi nei confronti del Front National, si è fatta avvicinare da persone molto vicine al potere francese che provengono dalle scuole di scienza politica dell’establishment come nel caso dell’attuale vice-presidente del partito Florian Philippot, ha preso le distanze dal padre che è un personaggio anti-televisivo perché profondamente populista e dunque la figlia Marine si iscrive in una logica democratica. Abbiamo un anarchico e una democratica, se preferisci il padre sei anarchico mentre se invece preferisci la figlia allora sei un democratico. Io personalmente non me la sento di dare un giudizio si chi dei due sia meglio.

@ArioCorapi
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Di Redazione Elzeviro.eu

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