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Preoccupiamoci: hanno sdoganato il verbo “stanare”

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“Vaccino, un algoritmo per stanare gli over 60 non immunizzati”. È una notizia della quale si parla già da alcuni giorni, invero.

di Diego Fusaro

Non mi soffermerò tanto sulla notizia in sé, che pure richiede attenzione critica, giacché segnala come ormai siamo entrati a tutti gli effetti nel nuovo ordine del controllo biopolitico permanente. Tale ordine coincide con la figura estrema di quello che è stato definito il “capitalismo della sorveglianza“; più precisamente, di una sorveglianza che è ormai sopra e sotto la pelle.

Desidero, invece, portare l’attenzione su un verbo che, già da tempo, è divenuto ordinario e che pure dovrebbe far suonare in noi, per così dire, un campanello d’allarme: il verbo in questione è “stanare“. Ora, tale verbo, fin dall’epifania del Coronavirus, ha preso a essere utilizzato con una certa disinvoltura.

Eppure, per quanti conservino ancora la memoria storica nel tempo di quella cancel culture che tutto vorrebbe far precipitare nell’oblio, si tratta di un verbo niente affatto neutro, legato a esperienze novecentesche decisamente poco edificanti.

Fin dalla primavera del 2020

si parlò disinvoltamente dell’esigenza di “stanare” casa per casa i contagiati, vuoi anche quelli asintomatici. Adesso, come se nulla fosse, si propone di andare a “stanare” i non ancora vaccinati, per poterli sottoporre al nuovo sacramento del vaccino anticovid.

La domanda da porre è, in fondo, la seguente: che cosa si nasconde dietro un ordine che pretende di “stanare” quelli che, in teoria, sarebbero cittadini portatori di diritti e che sempre più vengono trattati come disertori, nemici, imboscati?

Non è forse vero che il verbo “stanare” rimanda fin troppo nettamente al campo semantico della guerra? Se, come usa dire con metafora marziale non neutra, siamo in guerra contro il virus, ne segue allora che vi sono anche i disertori e gli imboscati che debbono essere, in un modo o nell’altro, “stanati”. Essi sono nemici, perché sciaguratamente si rifiutano di collaborare con il potere e con le sue pratiche: e come nemici debbono essere trattati, con una ostilità bene adombrata dal verbo “stanare”.

L’ho detto e lo ridico

il linguaggio che viene utilizzato non è mai neutro né innocente; al contrario, nel linguaggio impiegato si cristallizza il senso profondo dello spirito del tempo.

A tal punto che potremmo avventurarci a sostenere che, in verità, “siamo parlati” dal linguaggio, nel senso che per il tramite del linguaggio si esprime il mondo storico che abitiamo.

E lo spirito del tempo che stiamo vivendo si lascia anzitutto inquadrare sotto il segno di una riorganizzazione autoritaria del modo di governare le cose e le persone: come vado sostenendo già da tempo, il modo della produzione sta subendo una tellurica ristrutturazione incentrata sul combinato disposto di distanziamento sociale e tecnologia digitale, ma poi anche su una nuova direzione autoritaria che trova puntualmente espressione nel lessico che il potere utilizza, spesso tradendo la natura del nuovo corso delle cose.

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