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Non siamo liberali

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Nel suo editoriale domenicale sulla Stampa di Torino il sociologo Luca Ricolfi ci parla di elezioni e saggiamente ci spiega come gli attuali sondaggi, nella loro volatilità, siano da prendere con le pinze: dal suo articolo emerge  come, da un lato, dare partiti minori come Lista Tsipras, Fratelli d’Italia, Lega ecc. tra il 2 ed il 6 percento voglia dire tanto che potremmo vederli in Europa quanto che non supereranno la soglia di sbarramento (attualmente in Italia al 4%). D’altro canto Ricolfi esprime la sua personale opinione sul fatto che la corsa finale per il primo posto sarà tra Grillo ed il Pd, attestato il primo sul 27 ed il secondo sul 33 come percentuale di consensi: percentuali comunque in rialzo, secondo il professore, per Grillo;  in plausibile ribasso per il Pd. Forza Italia si alzerà un po’ nei consensi rispetto all’attuale 20-23%, considerando la ricomparsa del Cav. in tv, ma sarà difficile che possa ambire a posizioni diverse dalla terza.

 

Originario delle roccaforti torinesi della sinistra, Ricolfi, che chi scrive segue da qualche anno, sembra aver imboccato la strada che tracciò con una celebre battuta Winston Churchill: “Chi non è di sinistra da giovane è senza cuore, ma chi non è di destra da vecchio è senza cervello”. Non che lui sembri essere di destra nel senso italiano della parola, intendiamoci, ma si dà molta pena del fatto che nessuna formazione politica nostrana abbia ancora raccolto (salvo tradirla) la cosiddetta “rivoluzione liberale”. Rivoluzione la quale, traspare,  sarebbe l’unica rotta da seguire per traghettare il paese fuori dal maremoto della recessione. 

L’attacco veemente al Partito democratico (non è la prima, né la seconda volta) è evidente e giustificato: nonostante l’effervescenza e la novità di Renzi e della sua corrente, il Pd è legato a logiche vetuste, non di sinistra né tantomeno liberali: sembra (anche se il professore non lo dice, forse per paura di essere scambiato per grillino) un attacco alla politica della casta in piena regola. Posizioni, quelle espresse, che appaiono di mera critica, ma senza soluzione: nessuno, Renzi compreso, pare adatto ad innescare la tanto attesa “rivoluzione”. Il premier infatti non ha fatto colpevolmente cenno alla situazione disastrosa del Mezzogiorno; all’evasione incresciosa di alcune regioni; ha scelto di ridurre l’Irpef anziché l’Irap; ha avallato lo stravolgimento di un onesto decreto sul mercato del lavoro (Poletti).

 

Non raccoglie quindi l’opinione dell’anno scorso del prof. Zingales (il quale andrebbe risentito tra qualche mese in proposito), che affermava  che sarebbe proprio dovuto essere Renzi il cavallo su cui puntare: “Io ho avuto simpatie e speranze per Matteo Renzi perché ritengo che in un mondo post comunista come quello attuale la speranza maggiore per l’avvio di una riforma liberale in Italia possa nascere proprio da persone appartenenti ad un centro sinistra moderato e Matteo Renzi potrebbe essere la persona giusta. Mi rendo conto però che si trova di fronte a fortissime barriere ideologiche di derivazione marxista. C’è ancora una parte importante della sinistra che vede le mie posizioni come fumo negli occhi. Per esempio, recentemente in una trasmissione televisiva Franceschini si è augurato che io non abbia mai a che fare nulla con il Partito democratico e lui dovrebbe essere uno dei più moderati all’interno del Pd, immaginiamo quindi gli altri. C’è un retaggio culturale molto difficile da sconfiggere”. 

 

Se però le forze, come il Partito liberale italiano o Fare per fermare il declino (di cui Zingales è stato cofondatore e che ha abbandonato quando è venuta a galla la mitomania di Giannino) che propugnano o propugnarono la cosiddetta rivoluzione liberale puntualmente falliscono (e miseramente), non dobbiamo rassegnarci nell’ammettere che gli italiani non sono da secoli un popolo liberale? Siamo un popolo che vive di post marxismo e berlusconismo (o dittatura dell’immagine), elementi che ciclicamente vengono soverchiati da una forte protesta, nel caso quella (illiberale) a cinque stelle. Chi scrive queste righe pensa proprio che su questo punto dovremmo rassegnarci. Non siamo liberali.

 

I motivi per cui non siamo liberali sono gli stessi per i quali, forse, dovremmo esserlo, o perlomeno esserlo un po’ di più.

L’ottica liberale, il preservare con innovazione, appare una linea politica conforme all’idea migliore per la conduzione statale non repressiva né invasiva: pur non repellente i valori delle tradizioni, sempre rispettosa della persona nell’ambito più intimo. Forse qualche movimento oggi si avvicina a questa linea? Nessuno di rilevante, come dicevamo sopra. Il modo per scalare il successo degli apprezzamenti (elettorali) appare diverso da quello, invalso, della protesta anche urlata a tutti i costi, un po’ di moda. Ci si raffigura maggiormente un muovere i primi passi in ottica politica con un atteggiamento propositivo ed innovativo. Non troppo innovativo: i messaggi mandati unicamente o perlopiù tramite social, ad esempio, non appaiono proprio adatti allo sviluppo politico di un movimento nascente. Oggi però ogni candidato consigliere regionale conia il suo ridicolo hashtag, spesso e volentieri abbandonato all’oblio per anni o per sempre. La sede di partito e il coinvolgimento reale (non dietro allo schermo) di iscritti e simpatizzanti deve essere la base del movimento, che, in quanto tale, dovrebbe “muoversi”. Attendiamo da troppo tempo che qualcosa di simile, onesto e sobrio, si affacci sulla tumultuosa scena politica nazionale. Dalle contingenze attuali (ma pure guardando al secolo scorso) ci persuade invero sopra tutto un gran pessimismo…

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Di Redazione Elzeviro.eu

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